Neuroscienze

Il lavoro del sogno tra psicoanalisi e neuroscienze 1

Il lavoro del sogno, tra psicoanalisi e neuroscienze

Prof. Fabio Castriota

Psichiatra e Psicoanalista SPI  

13/02/2014
 


Prima parte – neuroscienze

Tra i diversi fenomeni psichici che da sempre interrogano l’uomo sulla sua realtà mentale e su come  questa è organizzata, il sogno rimane tuttora uno dei più misteriosi e complessi. Per i popoli più antichi il sogno era in genere collegato ad una dimensione di contatto col fato ed il divino, capace di predizioni sul futuro e con l’aldilà.  Nel mondo greco diverse divinità erano implicate nel suo manifestarsi, anche perché s’intuiva quanto il sogno potesse essere legato non ad una , ma a diverse funzioni e soggiacere quindi a varie istanze. Il suo contenuto, diremmo noi “manifesto”, era perciò determinato dall’induzione di Hypnos, di Morpheus o di Phantasos (da cui i sogni più “fantasiosi”) o da Phobetor (portatore degl’incubi). E’ comunque nel II sec. d.C che Artemidoro da Efeso per primo analizza a Daldi (nella Lidia), migliaia di sogni, dopo averli catalogati secondo criteri , potremmo dire “scientifici”, in 5 diversi gruppi in base alla loro funzione.

Questo breve riferimento storico può introdurre una riflessione più attuale: le recenti ricerche neuroscientifiche, possono stimolarci, come psicoanalisti, a ripensare in modo più ampio quel fenomeno che tanto riecheggia nei nostri studi, aldilà delle impostazioni freudiane?

Già nel “Progetto di una psicologia” nel 1895, Freud analizzò, rispetto al sogno, le relazioni tra le funzioni mentali e quelle neurologiche, ipotizzando tre diversi sistemi neuronali in continuo contatto/scambio, collegati: uno alla percezione, un secondo al mondo istintuale ed al rimosso, un terzo al principio di realtà (tralasciamo la nota interrelazione tra questi sistemi, su cui viene fondato il principio del sogno come soddisfazione allucinatoria di un desiderio rimosso). Poco prima della sua morte, nel “Compendio di Psicoanalisi” Freud, scriveva :“Di ciò che chiamiamo la nostra psiche, o vita psichica, ci sono note due cose : innanzitutto l’organo fisico ed il suo scenario, il cervello (o sistema nervoso) e , in secondo luogo, i nostri atti di coscienza… Tutto ciò che sta in mezzo fra queste due cose ci è sconosciuto”.

Ci troviamo così di fronte ad un dibattito aperto che da una parte vede la realtà neurobiologica e dall’altro tutto quello che la vita psichica produce.

Due campi tra i quali è particolarmente complesso costruire un ponte e un dialogo, comunque utile e necessario, in cui ciascuno dei partecipanti dà e riceve senza cambiare né nome né cognome, nel rispetto delle proprie specificità metodologiche ed epistemologiche e, in definitiva, nella disponibilità ad una tensione dialettica fra il criterio della corrispondenza delle scienze empiriche e quello della coerenza della Psicoanalisi” (Moccia, Solano ’09).

Recentemente Alessandro Grispini (nel suo lavoro sugli esordi psicotici, presentato recentemente al Centro) ha ricordato, a proposito dell’annosa questione relativa a questo confronto come “l’attività mentale è un fenomeno complesso controllato non solo dal basso (geni, molecole, organizzazione sinaptica) ma anche dai livelli più alti dell’organizzazione (le relazioni, il sociale, la cultura), passando per tutti i livelli intermedi.

Ogni livello ha le sue peculiari modalità di lettura dei fenomeni, ma deve stare attento a non attribuirsi un potere eziologico-esplicativo che non possiede.

Le neuroscienze operano ad un livello subpersonale, mentre la Psicoanalisi a livello (bi-) personale.

La realtà dell’uomo è data dall’interazione di questi molteplici elementi e non dall’esclusione di uno dei due.

L’incontro tra Psicoanalisi e neuroscienze può condurre ad ulteriori feconde contaminazioni (riprendendo il suggestivo titolo coniato da Lorena Preta per la rivista Psiche).

Il sogno, in questi ultimi anni, è stato oggetto di intensi e proficui interessi interdisciplinari e si è posto come oggetto di dialogo tra le Neuroscienze e la Psicoanalisi . “Come è noto il sogno ha interessato la Psicoanalisi prima di qualsiasi altra disciplina scientifica ma è con la scoperta del sonno REM che le porte del sogno si sono aperte alle Neuroscienze. I contributi della neurofisiologia sono stati tesi soprattutto a riconoscere i meccanismi del sonno e le strutture coinvolte, le sue fasi, le caratteristiche neurofisiologiche che le qualificano. E’ stata la psicofisiologia ad interessarsi agli stati mentali che compaiono nelle diverse fasi del sonno. Queste ricerche hanno proposto un modello dicotomico del sonno (REM e non-REM) che attribuiva al solo sonno REM le caratteristiche di “cornice biologica” all’interno della quale il sogno poteva formarsi. È del tutto evidente che i diversi approcci neuroscientifici al sogno non ci dicono nulla sul suo significato, né sul suo ruolo nell’economia della mente.

È la psicoanalisi la sola disciplina ad interessarsi al sogno come rivelatore dell’inconscio, come funzione della mente in grado di trasformare simbolicamente esperienze presimboliche e di creare immagini che, oltre a riportare alla luce, attraverso il ricordo, esperienze rimosse nell’ infanzia (dopo i due anni) e nel corso della vita depositate nella memoria esplicita, possono talvolta colmare il vuoto della non rappresentazione di un inconscio precoce non rimosso. (Mancia)

Negli studi più recenti è stato intanto ipotizzato che la funzione del sonno, di cui il sogno è parte fondamentale, sia quella di reintegrare le capacità della mente di affrontare la vita di relazione e quella intrapsichica, elaborando tutti i contenuti che, durante la veglia, sono stati introiettati. In quest’ottica il sogno sarebbe la rappresentazione di una comunicazione intrapsichica tra i diversi livelli mentali, un segnale cioè del lavoro elaborativo onirico. Questo avrebbe, tra l’altro, il compito di “disintossicare” i livelli mentali dall’eccesso di percezioni ed invasioni subite durante la giornata, operando una ristrutturazione di un equilibrio alterato. Contemporaneamente la mente, appunto durante quest’attività onirica, assimilerebbe alcuni elementi dell’esperienza diurna, integrandoli nei livelli più profondi. Tramite questo lavorio notturno, il processo di crescita e riorganizzazione psichica verrebbe incrementato e la mente si disporrebbe quindi per riattivare le proprie attività tipiche del periodo di veglia. E’ chiaro che durante il lavoro onirico le percezioni esterocettive debbono diminuire a favore di quelle propriocettive ed inconsce. Di quest’attività continua il sogno sarebbe solo una rappresentazione parziale, in particolare  quella frazione che viene ad interagire con la coscienza, attraverso l’uso di un linguaggio simbolico (figurativo con componenti talvolta anche verbali). Il fatto che un sogno venga poi anche ricordato fa pensare che, in alcuni casi, ci sia qualcosa in più di una semplice informazione della situazione profonda (o dell’emergere camuffato di un desiderio istintuale rimosso), ma anche una mescolanza tra i livelli profondi - che si sono riorganizzati - e quelli della coscienza rivolti al mondo interno. Se la situazione profonda non viene sanata nel lavoro onirico, il sogno tende a trasformarsi in un incubo che porta l’individuo a svegliarsi, a richiamare cioè l’intervento della coscienza che lo allontana da quello stato di contatto coi livelli profondi che vengono recepiti come troppo pericolosi per l’equilibrio mentale del momento.

Anche i sogni ricorrenti rappresentano forse, nell’immediato, un tentativo non riuscito d’elaborazione. Talvolta si ripetono, come sappiamo, in maniera non del tutto uguale, ma con piccole modifiche (come a significare un frammento trasformativo), ci domandiamo se il loro cessare non possa esprimere un’effettiva elaborazione profonda. La coscienza, a cui i sogni trasmettono i messaggi profondi (segnali di un lavoro in realtà già avvenuto) tende a reagire a tale impatto. Questa reazione avrebbe lo scopo di far intervenire appunto i livelli coscienti in quelli più profondi le cui alterazioni sono state oggetto del lavoro onirico. Tale processo complesso (articolato in: lavoro onirico, messaggio alla coscienza tramite il sogno e reazione di questa) comporterebbe una continua ristrutturazione dei livelli mentali.

Circa il rapporto tra il pensiero e l’attività onirica, ricordiamo le parole di Pontalis (‘85): “Sognare sarebbe alla fonte del pensiero?… Perché siamo così pronti a ritenere che identità di pensiero e identità di percezione si escludano reciprocamente, perché abbiamo così fretta di chiudere la frontiera tra processi primari e processi secondari, tra chi vorrebbe credere di non far altro che sognare quando sogna e chi invece crede soltanto di pensare quando pensa ?… E se nei nostri sogni esistesse una modalità di percezione non cosciente che sarebbe all’origine - ci tengo e voglio crederci – della nostra percezione vigile, che è invece legata ad un linguaggio, a dei resti verbali ?” J.Varela (neurobiologo di Harvard) scrive a questo proposito che il sogno è : “Una attività cognitiva fondamentale. E’ la dimensione in cui gli esseri umani possono intraprendere una rappresentazione immaginaria, provare scenari diversi ed escogitare nuove possibilità; uno spazio innovativo in cui possono manifestarsi nuovi schemi e nuove soluzioni, e dove qualsiasi esperienza può essere rielaborata.

Il sonno ci fornisce uno spazio in cui non dobbiamo far fronte all’immediato e dove possiamo invece reinventare, rielaborare e ripensare. Si tratta di una sorta di ripetizione che ci permette di maturare nuove opzioni”.  A questo proposito ricordiamo una serie di sogni che hanno permesso al sognatore d’intuire nel “lavoro onirico” quanto sfuggiva loro nella coscienza diurna, innescando quel fenomeno elusivo ed imprevedibile che è l’intuizione scientifica.

Fu così che il chimico tedesco August Kekulè intuì la struttura ciclica della molecola di benzene, attraverso la visione di un serpente che si mordeva la coda. Anche il fisiologo e premio Nobel austriaco Otto Loewi, arrivò alla procedura di verifica sulla trasmissione chimica degli impulsi nervosi avendo avuto in sogno la sequenza dei diversi passaggi delle reazioni dell’esperimento. E fu a Dimitrij Mendeleev che in sogno apparve in tutta la sua completezza la tavola chimica degli elementi, sulla cui formulazione aveva speso già anni d’intensa ricerca. A questo scopo la comunicazione intrapsichica utilizza come sappiamo il linguaggio visivo (solo in parte verbale) probabilmente perché questo è una forma di comunicazione mentale stratificata sia sul piano profondo che su quello della coscienza (recenti studi hanno dimostrato che ben i 2/3 dell’attività cerebrale è collegata all’elaborazione degli impulsi visivi! Alcuni autori considerano poi la retina come una sorta di estroflessione del cervello, non incapsulata nella scatola cranica, ma esposta agli input luminosi esterni ). Tema complesso su cui tanto si è indagato e tanto tuttora si dibatte anche nel nostro campo psicoanalitico, problematica che esula però da queste brevi note.

Altre funzioni del lavoro del sogno sono state indagate da diversi neuroscienziati, tra questi A.Hobson (Neurofisiologo di Boston) secondo il quale è fondamentale ad esempio il significato funzionale del sogno  per il consolidamento delle tracce mnestiche, la memoria  viene infatti nel sogno “riascoltata” e fissata nei suoi elementi più significativi. Parallelamente, proprio a sottolineare la funzione equilibratrice dell’attività onirica, altri ricercatori come Crick e Mitchinson hanno postulato, per il sonno REM, una funzione di “protezione” della neocorteccia, tramite una sorta di disattivazione di un eccesso di imput, quando la rete neuronale va in sovraccarico. Secondo l’italiano Mangini (1998) il sogno “Testimonierebbe del funzionamento dell’apparato nei suoi diversi gradi di complessità ed in più mostrerebbe una specifica funzione autopoietica, come se il sognare plasmasse a sua volta l’apparato psichico e ne arricchisse le potenzialità”. I neuroscienziati Stickgold e Schott affermano, a tale proposito, che: “ L’elaborazione delle informazioni e la loro sintesi compiuta dal proencefalo sarebbe finalizzata all’organizzazione delle percezioni, delle emozioni, della memoria e dell’attività cognitiva tipica del sogno. Il cervello in fase REM potrebbe essere paragonato ad un sofisticato computer in cerca di parole chiave con il compito di adeguare diversi dati in un processo caotico di autoattivazione”. Gli psicoanalisti Scalzone e Zontini affermano tra l’altro (‘98) che il sogno può essere considerato non solo come il “guardiano del sonno”, ma come “ il guardiano dell’apparato mentale tout court; esso si occuperebbe della manutenzione o comunque della gestione del sistema, con la funzione di mantenimento del suo assetto interno… Il sogno effettua un continuo monitoraggio di questo processo, all’interno del transfert. Il nostro apparato mentale, quindi, produce il sogno quale di-agnosi di sé stesso in modo autoreferente”, dando continuamente conto del funzionamento dell’apparato psichico. 

Leggi  la Seconda parte – psicoanalisi

 

Categoria: Neuroscienze, Psicoanalisi

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