Psicoanalisi

L'interpretazione in psicoanalisi, genesi ed evoluzione

L’interpretazione in psicoanalisi, genesi ed evoluzione di un concetto-strumento: dalla concezione classica alla svolta relazionale. 
 
Dott.ssa Antonia Pullì
21/06/2017

 

 
«Ci vuole qualcuno per conoscere qualcuno e nelle sue interpretazioni corrette l'analista rivela di essere qualcuno»

(Singer, 1968)
 
 
 
 
 
 
 
-Definizione enciclopedica di Laplanche e Pontalis
 
-Termine e origine
 
-Evoluzioni e cenni storici
 
-Conclusioni 
 
-Bibliografia e testi di riferimento
 
 
 
Definizione enciclopedica di Laplanche e Pontalis
 
L'enciclopedia della Psicoanalisi chiarisce che l'interpretazione è «l'esplicazione, mediante l'indagine analitica, del senso latente nei discorsi e nelle condotte di un soggetto» (La Planche e Pontalis, 1967 p. 261) sottolineando come mediante di essa si possa mettere in luce la dinamica del conflitto e accedere al desiderio espresso in ogni produzione dell'inconscio. Nel contesto clinico, l'interpretazione è quella comunicazione fatta al soggetto che tende a renderlo consapevole  del senso latente dei contenuti manifesti prodotti, secondo le regole imposte dalla direzione e dall'evoluzione della cura (Ibidem).
 
Termine e origine
 
Il termine tedesco "Deutung" dovrebbe essere più precisamente tradotto con "spiegazione", o "chiarimento" significa infatti "indicare col dito o con gli occhi". La traduzione italiana "interpretazione"  fa pensare, invece,  più a una componente soggettiva e arbitraria.
 
L'interpretazione è un concetto cardine della tecnica psicoanalitica presente sin dalle origini della psicoanalisi. Quale strumento tecnico l'interpretazione è stata, per decenni, considerata l'unico da adoperare in psicoanalisi, tenendo presente che le uniche interpretazioni terapeuticamente valide erano quelle che Strachey (1934) definisce mutative, ovverossia le interpretazioni di transfert, emozionalmente immediate e riferite nel momento di massima urgenza (questa nozione sarà approfondita più avanti); per quanto l'analista avesse nelle sue mani altri strumenti d'intervento come chiarificazione o anche il semplice confronto con il paziente, questi venivano mantenuti ai minimi termini solo in quanto preparazioni all'interpretazione.
 
Evoluzioni e cenni storici
 
Ripercorrendo storicamente il concetto, esso fa la sua comparsa nel 1899, nell'Interpretazione dei sogni (Freud, 1899) la Traumdeutung, opera con la quale si fa coincidere la nascita della psicoanalisi perchè in essa Freud fonda la metapsicologia nel VII capitolo. In questo periodo oggetto di interpretazione sono solo i sogni, la via regia all'inconscio; ma presto questa si amplierà a tutte le manifestazioni dell'inconscio quindi, non solo i sogni, ma anche i lapsus, gli atti mancati, i sintomi e infine alla complessa dinamica del transfert. 
 
Nel 1911 con Tecnica della Psicoanalisi (Freud S., 1911) l'interpretazione si esplicita come strumento principe dell'intervento analitico, intesa come comunicazione terapeutica del senso, essa si basa sul presupposto che ci sia un analista attivo e autorevole che comunica ad un paziente passivo e meno informato, una conoscenza sulla sua vita psichica.  Nella concezione classica (cioè secondo il modello del conflitto pulsionale), infatti, l'interpretazione è terapeutica in quanto promotrice di un insight, una presa di coscienza che porta al cambiamento. Il fine della cura analitica è quello di riportare al dominio della coscienza ciò che è divenuto inconscio a causa della rimozione. Le rappresentazioni di cose rimangono nell'inconscio perché viene a loro negata la traduzione in rappresentazioni verbali, questo compito di traduzione spetta, quindi, all'analista che fornirà rappresentazioni anticipatorie che consentiranno di giungere al senso dei sintomi. Per poter permettere al paziente questa presa di coscienza, l'analista utilizzerà l'interpretazione, intesa come esplicazione delle dinamiche inconsce. L'interpretazione richiede una precisione chirurgica: ogni interpretazione che manca il bersaglio sarà utilizzata dalla resistenza a proprio vantaggio.
 
Nel 1920 con Al di là del principio di piacere (Freud S., 1920) l'interpretazione diventa una vera e propria "arte" in quanto non più semplice svelamento di contenuti psichici rimossi, ma un'attività complessa rivolta all'Io del paziente. Di pari passo con l'evoluzione di questo concetto, infatti,  cammina anche l'evoluzione della metapsicologia e in particolare del concetto dell'Io a cui viene riconosciuta una gran parte inconscia e da cui si fanno originare le resistenze.  
 
Nel 1937 con Costruzioni nell'analisi (Freud S., 1937) la questione si complessifica e il ruolo dell'interpretazione è ridimensionato. Essa si limita a rendere palese il significato di un singolo frammento del materiale proposto dal paziente, ma è mediante la costruzione che l'analista elabora una serie di supposizioni complesse su un episodio o un periodo della vita passata del paziente. Queste sono polivalenti e spesso contraddittorie e potranno essere smentite, o verificate, nel corso del lavoro analitico. In questa opera Freud impiega la celebre metafora dell'archeologo  che utilizza piccoli resti di antiche civiltà per ricostruirne la storia, allo stesso modo l'opera dell'analista si avvale di associazioni, sintomi, atti mancati e dei comportamenti del paziente nei suoi confronti causati dalla traslazione, oltre a tutto ciò che l'analista stesso riesce a sapere dell'infanzia del paziente. Ciò che l'analista cerca di ricostruire non è la verità materiale degli accadimenti della vita dell'analizzando quanto piuttosto la verità storica, cioè il modo in cui questi li ha vissuti e il perché li ha rimossi  e dimenticati (Freud S., 1937). Come scrive il poeta Goethe "Un fatto della nostra vita ha valore non perché è vero, ma perché ha significato qualcosa".
 
Già nel 1924 Ferenczi e Rank, notarono un crescente cristallizzarsi della tecnica analitica intorno al primato dell'intervento interpretativo, inteso come comunicazione esplicativa sul piano verbale. Secondo gli autori questo portava a uno stato di impasse sul versante clinico. Per promuovere l'esperienza emotiva nella relazione analitica era necessario incoraggiare e talvolta provocare attivamente la ripetizione nel rapporto transferale, facendo rivivere fino in fondo al paziente la relazione edipica inconscia per trasformare così la ripetizione in ricordo e così rivelarne il contenuto al paziente.
 
Solo dieci anni dopo arriverà la risposta da parte di chi mantiene una posizione più ortodossa, infatti nel 1934 uscirà il famoso articolo di James Strachey "La natura dell'azione terapeutica della psicoanalisi", in cui l'autore mostra il funzionamento dell'interpretazione. Per Strachey, la confusione e la moltitudine di posizioni, a volte contraddittorie, che si stavano affacciando rispetto al concetto di interpretazione, erano dovute alla mancanza di una chiara definizione del concetto, in quanto la parola interpretazione può essere usata in più di un senso, essa è infatti un sinonimo della celebre frase "Rendere cosciente ciò che è inconscio" e di questa conserva tutte le ambiguità. Quella che Strachey prende in considerazione è una particolare specie di interpretazione, che egli considera lo strumento fondamentale della terapia psicoanalitica, che egli chiama «interpretazione mutativa», in quanto produce una breccia nel circolo vizioso nevrotico. Per descrivere e comprendere il circolo vizioso nevrotico, Strachey utilizza le idee sulla formazione del Super-Io sviluppate negli stessi anni da Melanie Klein (1932). L'individuo introietta e proietta continuamente gli oggetti investiti dall'Es e la loro qualità dipende dalla qualità di tale investimento. Durante lo sviluppo libidico il bambino attraverserà delle fasi in cui sarà dominato da impulsi aggressivi che determineranno quindi anche la qualità (aggressiva) dell'investimento e la natura (aggressiva) dell'oggetto introiettato. Successivamente proietterà questa qualità aggressiva sull'oggetto esterno che apparirà come aggressivo, quindi pericoloso e distruttivo; questo comporterà che gli impulsi dell'Es, per autodifesa, assumeranno una qualità ancora più aggressiva e distruttiva verso l'oggetto, stabilendo così il circolo vizioso. Nel corso dello sviluppo la libido raggiungerà lo stadio in cui è dominata da impulsi positivi: la fase genitale; in questa fase gli investimenti saranno connotati da qualità più amichevoli e anche l'oggetto introiettato (il Super-Io) sarà meno severo, il contatto dell'Io con la realtà sarà, quindi, meno deformato. Nel caso del nevrotico, per vari motivi, non è stato raggiunto lo sviluppo verso lo stadio genitale e l'individuo è rimasto fissato ad uno stadio pregenitale. La nevrosi viene vista, quindi, come un ostacolo o una deviazione sulla strada dello sviluppo normale che porta a perpetuare il circolo vizioso, dove l'Io dell'individuo si trova a dover fronteggiare le pressioni che provengo da un  Es e un Super-Io "selvaggi" e il contatto con la realtà ne risulterà deformato. Aprendo una breccia, grazie al lavoro analitico, si potrebbe stabilire un circolo benigno e i processi di sviluppo potrebbero riprendere il loro corso normale. Affinché questo sia possibile l'analista deve assumere il ruolo di Super-Io ausiliario del paziente, solo così potrà permettere che piccole quantità (funziona secondo il principio delle minime dosi) di energia dell'Es del paziente affiorino alla coscienza. Poiché l'analista, per natura della situazione analitica, è anche l'oggetto d'investimento degli impulsi dell'Es del paziente, il paziente diventerà anche consapevole che questi impulsi sono diretti all'analista. Strachey, per chiarezza di esposizione e di comprensione, divide l'interpretazione in due fasi, sottolineando come queste non siano necessariamente successive tra loro ma possano essere considerate due momenti simultanei di un evento unico. Nella prima fase il paziente diventa consapevole che una quantità di energia dell'Es è rivolta all'analista e successivamente, nella seconda fase, si può rendere conto che non è diretta verso un oggetto reale ma verso un oggetto arcaico fantastico. Nello schema classico dell'interpretazione, per arrivare a questa consapevolezza, il paziente si renderà dapprima conto di uno stato di tensione nel suo Io (angoscia), poi si renderà consapevole che c'è all'opera un fattore repressivo (Super-Io) così potrà scorgere l'impulso dell'Es che ha suscitato la protesta del Super-Io e di conseguenza l'angoscia dell'Io. I cambiamenti nel corso di un'analisi sono sempre molto graduali e sono l'effetto della somma di un «numero straordinario di piccolissimi passi, ciascuno dei quali corrisponde ad un'interpretazione mutativa, dove la piccolezza di ciascun passo è a sua volta imposta proprio dalla natura del processo analitico» (Strachey, 1934 p. 110). L'efficacia della seconda fase dell'interpretazione dipenderà molto dal senso di realtà del paziente e dalla sua capacità di distinguere fra l'oggetto fantastico investito dall'Es e l'analista reale. Il senso di realtà del paziente è un alleato fondamentale ma anche molto debole, l'Io del paziente è debole e può confrontarsi con la realtà solo a "minime dosi". Per Strachey è di estrema importanza ribadire che un'interpretazione può essere mutativa solo quando applicata a un impulso dell'Es  in un effettivo stato di catessi, deve essere quindi "emozionalmente immediata", diretta cioè al "punto di massima urgenza", vale a dire quel momento in cui il transfert trabocca nella relazione analitica, e non si potrebbe non vederlo. I cambiamenti che un'interpretazione porta nella mente del paziente possono essere provocati soltanto da un investimento energetico che si origina nel paziente, cioè l'impulso dell'Es in attività in quel preciso momento. L'interpretazione del transfert fornisce quello che Glover (1955) definisce come un ponte affettivo tra passato e presente. 
 
Poco prima degli anni '50 Alexander e French (1946) parlano di "esperienza emozionale correttiva": quella parte dell'esperienza analitica che porta a nuovo esito gli antichi conflitti, che vengono ripetuti e ri-sperimentati nel transfert, e che permette il cambiamento grazie alla rottura  degli schemi irrigiditi del paziente. Si può nutrire il paziente comportandosi diversamente dall'oggetto arcaico. La ricostruzione del passato, e l'attività interpretativa, per gli autori sono un mero processo intellettuale, gli insight del paziente sono secondari al processo trasformativo. In questi anni si possono trovare due posizioni contrapposte che sostengono, da una parte, la comunicazione di una conoscenza in forma verbale e, dall'altra, l'intervento in senso più ampio diretto a promuovere un'esperienza emotiva.
 
In quegli anni Eissler (1953) introduce il concetto di parametro, ossia quegli interventi che, per quanto utili, costituivano una deviazione dalla tecnica base e che dovevano essere ridotti al minimo indispensabile, in quanto l'unico fattore terapeutico era l'interpretazione. Nel 1961 alla Conferenza di Edimburgo si sancì che l'unico fattore che poteva essere considerato veramente terapeutico era l'interpretazione vera. Friedman (1988) ha cercato di spiegare questo tentativo di sgomberare il campo da tutti i fattori relazionali, come l'intento di una medicalizzazione della psicoanalisi. In un periodo in cui stavano prendendo piede anche altre forme di psicoterapia,  l'aggettivo "vero" accanto alla parola interpretazione, la caricava di significati oggettivanti e scientifici, rendendo più oggettiva e scientifica anche la psicoanalisi che faceva dell'interpretazione vera l'unico strumento di cura.
 
Per la posizione opposta, di particolare rilievo è il pensiero di Balint (1968), un allievo di Ferenczi. Secondo l'autore i fattori principali della terapia analitica sono le capacità dell'analista di rispondere ai bisogni e desideri del paziente attraverso una profonda disponibilità e sintonia. L'interpretazione come portatrice di insight viene affiancata alle capacità supportive e ricettive del terapeuta, rispetto alla soggettività del paziente.
 
Un ulteriore svolta avrà luogo con Kohut, principale esponente della Psicologia del Sè. Egli affermerà in modo univoco che «Non è l'interpretazione che cura il paziente» (Kohut, 1977 p. 43). La base della guarigione non è l'espansione della conoscenza e quindi l'insight ma l'accrescimento della struttura psichica più integrata e matura. L'interpretazione intesa nel senso classico di spiegazione ha una funzione subordinata, sono l'atteggiamento empatico e il rispecchiamento da parte del terapeuta ad avere il ruolo chiave nel processo analitico.
 
Negli anni '80, sono stati molti gli autori che hanno attribuito un ruolo ridimensionato all'interpretazione, come intervento esplicativo, e tengono conto di altri fattori nel processo terapeutico. Merton Gill (1980, 1983, 1984) ad esempio riconosce una grande importanza anche alla nuova esperienza, cioè qualsiasi comportamento dell'analista che eserciti influenza sul transfert del paziente, purché egli ne sia consapevole e possa esplicitare il significato interattivo dei suoi interventi; questo vale, agli occhi dell'autore, anche  per l'interpretazione che ha quindi effetto di interazione. Levenson (1983), negli stessi anni, afferma che ogni comunicazione verbale, includendo quindi l'interpretazione, è una manifestazione di comportamento dell'analista, un fare,  un atto che, modifica la partecipazione dell'analizzando alla terapia. Sulla linea di Gill, Hoffman (1983) intende l’interpretazione come quell’intervento che tende ad aggiustare le aspettative, talvolta pessimistiche del paziente sul coinvolgimento controtransferale dell’analista, sottolineando l'ambiguità dei significati che le risposte dell’analista possono assumere per il paziente. Attraverso l'interpretazione si cerca di dimostrare l’affidabilità di fondo del terapeuta, in maniera tale da produrre risonanze positive nell’andamento della relazione analitica.
 
Per Modell (1984), l’attività interpretativa dell’analista viene sperimentata come un atto con significato simbolico in risposta ai bisogni di contenimento del paziente (‘attualizzazione simbolica’). Successivamente egli sottolineerà  ancora che «la produzione di un’interpretazione è un atto transazionale … L’atto dell’interpretazione, che scopre significati nascosti, crea di per sé significati supplementari» (Modell, 1990, p. 101).
 
L’interpretazione era, quindi, vista come uno strumento di “azione” all’interno della relazione analitica, alla stessa stregua di altri tipi di intervento. Nonostante si tratti di una azione consapevole, che si esprime attraverso il mezzo verbale, e non di un agito inconsapevole, si possono intravedere i punti di intersezione: ciò che era dapprima un ‘agito’ inconsapevole può essere elaborato in azione conscia, mentre ciò che sembrava un’azione consapevole può rivelare aspetti di ‘agito’.
 
Qualche anno dopo Ogden (1991), si focalizzerà  su aspetti più indifferenziati del processo analitico, adottando una prospettiva, quella dell'identificazione proiettiva, che non privilegia né estromette l'uso dell'interpretazione verbale. Secondo l'analista americano, il terapeuta cerca un modo di parlare e di essere con il paziente, e attraverso questo accettare gli aspetti non integrabili del mondo interno del paziente e poterglieli restituire in una forma digerita. Questo processo molto complesso si svolgerà attraverso una modalità di rielaborazione di rêverie (Ogden, 1997), in una seconda fase egli potrà comunicare al paziente la sua comprensione attraverso l'interpretazione o, se più opportuno, attraverso una forma di messa in atto di quegli stessi stati mentali indotti. Per Ogden (1994) l'azione interpretativa è un'azione dell'analista per comunicare al paziente la sua comprensione sulla loro configurazione transfert-controtransfert. 
 
Rimanendo oltreoceano, importantissima è la posizione degli psicoanalisti relazionali, uno dei cui massimi esponenti, nel periodo tra la fine degli anni '80 e gli anni '90, è Stephen Mitchell per il quale l'interpretazione costituiva un evento relazionale complesso, «perché essa dice qualcosa di molto importante sulla posizione dell'analista di fronte all'analizzando sul tipo di rapporto possibile tra loro» (Mitchell, 1988 p. 266) Essa emerge dal campo costruito insieme da paziente e analista. Per Mitchell le interpretazioni sono forme di agiti. L'autore considera, infatti, parole e azioni come variazioni armoniche sullo stesso tema. L'analista è sempre co-partecipe, è importante che egli esplori intensamente i propri vissuti e la propria posizione, solo riconoscendo quanto e cosa mette di sé all'interno del campo, la relazione terapeutica potrà progredire. L'analista dovrà cercare la sua voce più autentica, meno limitata dalle configurazioni della matrice relazionale del paziente, con la quale parlare all'analizzando, per dargli la possibilità di espandere la sua matrice relazionale. L'atteggiamento con cui l'analista si pone è quello di una sincera curiosità, verso una ricerca che gli permetta di essere e usare sé stesso in un modo autentico, e poter aiutare il paziente. La trasformazione analitica implica una lotta da parte di entrambi i partecipanti, stabilendo un confine tra l'esperienza del paziente e quella dell'analista e, nello stesso tempo, costruire un ponte tra esse (Schwartz, 1978).  L'analista diventa le diverse figure nella matrice relazionale dell'analizzando assumendo le loro caratteristiche e parlando con le loro voci. Un passo alla volta, paziente e analista potranno riscrivere il racconto, aumentando la loro intimità e la possibilità di esperienze e relazioni diverse. Si lotta, continuamente, per emergere dalle configurazioni transfert e controtransfert. 
 
Lewis Aron (1996) parla dell'interpretazione in termini di processo. Le interpretazioni contengono aspetti selettivi della soggettività dell'analista. L'analista è nel campo analitico in quanto soggetto dotato di un inconscio e porta all'interno della relazione i propri conflitti, le proprie associazioni e la propria realtà psichica. Aron raccomanda la massima cautela, ricordando quanto sia delicato l'equilibrio tra anonimità e autosvelamento; ricordiamo una sua celebre frase "Si può stare seduti dietro al lettino, ma non ci si può nascondere dietro di esso!" (Aron, 1996 p.114).  Elemento fondante la posizione di Aron è la produzione mutua dei dati all'interno del processo analitico, che si differenzia dalla posizione classica (Etchegoyen, 1986) della produzione unilaterale dei dati. Per Aron paziente e analista condividono i dati l'uno con l'altro  e co-partecipano nell'interpretare questi dati a cui si è giunti mutuamente. Ogni interpretazione dell'analista contiene inevitabilmente dati della sua soggettività, anche se l'analista fornisce un'interpretazione senza rivelare nulla del proprio materiale associativo, durante un'interpretazione significativa e in relazione con il paziente, emergerà sempre qualcosa di personale, in quanto espressione dell'umanità e della soggettività dell'analista. Va sottolineato che mutualità non significa simmetria né autosvelamento, la situazione analitica sarà, per sua natura, sempre asimmetrica,  in quanto vi è una differenza intrinseca di ruoli tra paziente e analista che li porterà ad assumere funzioni, potere e responsabilità sempre asimmetrici. Anche se la produzione dei dati è muta non significa che i dati prodotti da paziente e analista siano equivalenti, sia in termini di quantità che di priorità.
 
Winnicott aveva già sottolineato la differenza tra setting e interpretazione (1954), individuando nel setting analitico una funzione di holding, quindi il contesto adatto a svolgere il lavoro dell'interpretazione, da lui intesa come funzione della mente dell'analista. In uno scritto del 1968 L'interpretazione in psicoanalisi, Winnicott puntualizzerà le sue idee: l'interpretazione è la trasformazione in parole di comunicazioni consce e inconsce, verbali e non verbali, che avvengono nella coppia analitica. La parte più importante dell'interpretazione «è la sensazione da parte dell'analista che è stata fatta una comunicazione che necessita un riconoscimento» (1968, pp. 231). Lo psicoanalista inglese riconosce come elemento caratterizzante dell'interpretazione la sua funzione di attribuire al paziente una mente soggettiva e costruttiva al lavoro, altro dall'oggetto analista che è lì per prendersi cura di lui. L'interpretazione riconosce quindi, nello scambio del materiale verbale e non verbale tra analista e paziente, l'esistenza di un'altra mente con la quale avviene un incontro. Lo scopo è far sapere al paziente che ciò che ha detto è stato udito e che l'analista sta cercando di capirne il significato: «L'interpretazione dà al paziente l'opportunità di correggere i fraintendimenti» (p. 231). In questa affermazione Winnicott anticipa gli sviluppi futuri della psicoanalisi, come Luciana Nissim Momigliano (1984) che pone molta attenzione ai continui aggiustamenti reciproci necessari perché due menti si incontrino, o al concetto di "ascolto dell'ascolto" di Haydée Faimberg (1996) cioè dell'ascolto da parte dell'analista del modo in cui il paziente accoglie la sua interpretazione. Questo filone si protrae fino alle teorizzazioni e agli adeguamenti tecnici più attuali. Antonino Ferro, ad esempio, presta molta attenzione alla risposta del paziente all'interpretazione dell'analista, spesso proposta in continuità narrativa col testo del paziente stesso. Ferro, (2006) paragona il suo modo di far psicoanalisi e di dosare l'interpretazione, al cuoco che crea una ricetta dosando gli specifici ingredienti che la compongono, assaggiando continuamente il proprio piatto, piuttosto che seguendo una ricetta data. Questa operazione implica un uso specifico dello stesso ingrediente - interpretazione - dosato in maniera differente per ciascuna pietanza - campo analitico tra analista e paziente - restituendo ciò che l'analista ritiene opportuno con quel paziente e in quella seduta, "assaggiandone" continuamente e costantemente "il sapore". L'analista, precisa Ferro, tiene sempre a mente il significato transferale di tutte le comunicazioni del paziente, tuttavia le restituzioni interpretative da parte dell'analista tengono conto dello specifico momento analitico in cui ci si trova e le dosa a seconda della possibilità del paziente di poterle digerire. L'analista deve porsi in un atteggiamento di ascolto umile di quanto il paziente cerca di comunicare. Vi sono molti pazienti per i quali operazioni interpretative forti, sono del tutto impossibili e per i quali sono necessarie, invece, operazioni di riformulazione di quanto detto, che forniscono una restituzione "omogeneizzata" che aggiunga solo un pezzetto in più che solleciti potenzialità trasformative. L'analista sembra assumere in questo caso più che una funzione di detentore di verità, quello di un enzima della trasformazione che permette al paziente di promuovere la propria capacità creativa. 
 
Conclusioni 
 
Questo piccolo viaggio nell'evoluzione storica dell'interpretazione ci mostra la complessità di questo strumento. Abbiamo visto come il complessificarsi del processo analitico  abbia portato ad un ampliamento dell'uso dell'interpretazione. Da strumento unilaterale, che esplicita la verità del paziente, ad elemento più insaturo che amplia il campo della conoscenza emotiva del paziente in un lavoro molto più ampio e lento.
 
Il concetto di interpretazione, come strumento principe della tecnica analitica, continua a mantenere un ruolo fondamentale, tuttavia, a volte, l'interpretazione può essere utilizzata a servizio delle difese dell'analista, che "interpreta" con una modalità che lo allontana dall'esperienza viva dell'intervento analitico. Un'esperienza viva che è l'unico modo per connotare l'esperienza analitica e in quanto tale seguirla nel suo lento procedere attraverso gli strumenti dello psicoanalista.
 
 
Bibliografia e testi di riferimento
 
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Leggi anche: Cos’è il transfert?
 
 
Categoria: Psicoanalisi
 

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