Psicologia e Società

In Treatment Tra un commento e l'altro, un pensiero sopra le righe

In Treatment

Tra un commento e l’altro, un pensiero sopra le righe

di Luigi Antonio Perrotta

3/04/2017

 


 

Ciò che è una psicoanalisi, ciò che si muove nella stanza di analisi, non c’è fiction che possa raccontarcelo…

 

Con l’arrivo della terza stagione dello psicoanalista più noto degli schermi, il dottor Mari, piovono commenti e riflessioni che anticipano, tentando di chiarire, aspetti centrali della fiction tanto attesa da pazienti e, sembrerebbe, da molti psicoanalisti.

Anche alcuni psicoanalisti si esprimono:

-Chi storce il naso e liquida la serie che banalizza, come al solito, una delle professioni più irriducibili a qualsiasi “rappresentazione”, esimendosi da qualsivoglia commento inopportuno e senza motivo d’essere, oppure

-Chi l’accoglie con atteggiamento più favorevole, sottolineandone aspetti sufficientemente adeguati per “rappresentare” alcune dinamiche che le scene mostrano, la regia costruisce e la sceneggiatura evoca.

Autorevoli riflessioni sono proposte da figure di spicco della Società Psicoanalitica Italiana, come ad esempio fa Roberto Goisis, che commenta le vicissitudini del “collega” al di là dello schermo. Entrare nei dettagli della vita del dottor Mari, vorrebbe aprire gli occhi su un’attività professionale “che si svolge in uno stato di enorme solitudine, per di più a contatto con la sofferenza altrui” (P.R. Goisis) che non può non necessitare del confronto continuo con colleghi o supervisori. Un commento attento ad ogni passaggio potrebbe essere utile ad ampliare ciò che, purtroppo, la semplice scena non sarebbe mai in grado di trasmettere.

Allora una serie che lascia tanto spazio a fraintendimenti o riduzionismi troppo pericolosi? Senza considerare i veri e propri errori o azioni improbabili da parte dell’analista protagonista?


Il ritorno del “dottor” Mari

di Pietro Roberto Goisis - Psicoanalista S.P.I.

Una lettura più critica della serie ma, soprattutto di un certo accanimento ad essa da parte di alcuni psicoanalisti, non è secondaria nella lista di possibilità che abbiamo per ampliare la nostra idea su questo fenomeno mediatico. La collega di Funzione α enfatizza la stranezza di tanto seguito tra alcuni psicoanalisti, di una serie che proprio a chi esercita come analista, o vive come paziente, l’esperienza di cura dell’analisi, non può che togliere qualcosa, considerando la mole dell’esperienza emotiva, teorica e tecnica che si anima in quella stanza tra un paziente e un altro e il suo terapeuta.

 

In Treatment 3, gli psicanalisti impazziscono per la serie. E sperano in nuovi pazienti

di Giusi Cinquemani


Credo che l’atteggiamento giusto da mantenere sia – intanto distinguere le derive e i sensazionalismi giornalistici – poi, volendo proprio interpellare la psicoanalisi, quello sufficientemente “neutrale” (altro concetto che richiederebbe un’intera serie tv per essere espresso, senza riuscirci!) ma anche critico e dubbioso, considerando la complessità di un fenomeno e di tutti gli aspetti contemporaneamente presenti, seppure con vettorialità divergenti, nella medesima situazione: in questo caso in una serie tv e nel suo modo di presentare il lavoro dello psicoanalista.

Un pro: Qualche puntata – o più limitatamente qualche scena – di In treatment potrebbe davvero stimolare la fantasia di molti su temi complessi di cui è ancora estremamente difficile parlare.

Un contro: c’è anche da essere attenti, tuttavia, al fatto che l’enfasi, soprattutto da parte degli psicoanalisti, possa scivolare pericolosamente in una spettacolarizzazione narcisistica della professione e ad un ulteriore suo fraintendimento, questione, questa, da non sottovalutare.

Ancora un pro: Da un lato l’interesse creativo a “mostrare” quello che potrebbe accadere dietro la porta dello studio dello psicoanalista, che è uno sforzo importante;

Ancora un contro: dall’altro resta una irriducibile impossibilità a definire un’esperienza profonda e particolare come un’analisi. La rappresentazione già perde di verità esperienziale.


Si tratta forse di una pubblicità per la psicoanalisi?

Il tema della pubblicità, soprattutto, in ambito psicoanalitico o in generale di salute, è un tema delicato. Sembrerebbe necessario distinguere ed equilibrare tra sensibilizzare e accattivare. I momenti storici in cui la psicoanalisi si è maggiormente avvicinata alla popolarità sono stati quelli in cui ne ha sofferto di più in credibilità e rigore, trasformandosi in una certa moda o, ancora peggio, in una spettacolarizzazione dell’intima sofferenza umana, in una sua parodia o in una estrema enfasi sulle difficoltà dell’analista, fino a renderlo ridicolo e in balia di problemi più suoi che dei propri pazienti, completamente incapace di farvi fronte.


Una riflessione sulle derive della pubblicizzazione della professione di psicologo

 

Andando ancora oltre? Tra rappresentabilità e non-rappresentabilità.

È possibile rappresentare una seduta di psicoanalisi? Probabilmente sì, perché alcuni elementi dialogici possono offrire una certa vicinanza alla comunicazione analitica, tuttavia, non bisogna dimenticare che la psicoanalisi è la scienza del rimosso e non può non essere interessata proprio a quel rimosso che, ovviamente non è palesabile se non in un complesso lavoro che è molto più difficilmente rappresentabile. La psicoanalisi si presta a costruire una rappresentabilità a ciò che, in quanto rimosso appunto, fuori dalla coscienza della persona, sfugge anche al paziente nel momento in cui chiede aiuto.

Com’è possibile dunque rappresentare l’irrappresentabile?


Nella fiction vediamo le immagini, è possibile evocare moltissimi affetti – evocare affetti, come scriveva già lo stesso Freud è una cosa in cui sono di gran lunga più competenti scrittori e poeti – ma continuiamo a non cogliere ciò che non si può cogliere, il significato reale a cui presta attenzione uno psicoanalista, parafrasando Cotrufo (2015), con lo specifico modo “in cui ascolta la psicoanalisi, cioè una peculiare qualità dell’attenzione che è sempre volta a ciò che non è presente, a ciò che è sotto il discorso, tra le parole, dietro i fatti”.

La fiction mette in scena i fatti, ciò che accade e che può essere visto, ascoltato dall’interazione dei personaggi; le restituzioni possono anche essere frasi costruite ad hoc da psicoanalisti esperti eppure è con immensa difficoltà che si riesce a portare lo spettatore lì dov’è la mente dell’analista quando vive la stessa interazione e relazione con i suoi pazienti. La scena della serie non può mai mostrare il latente del discorso manifesto per come lo interpreta l’analista e di cui assistiamo alla sola restituzione “verbale”.
 

Quindi un’illusione? La fiction vuole mostrare ciò che non si mostra? Non sarebbe più originale liberarci dal manifesto e andare oltre, ammesso fosse possibile?

 

E gli aspetti teorici?

Non è certo compio di una serie tv erudire lo spettatore su aspetti teorici e tecnici, però la serie apre a questioni importanti che restano, ovviamente, sullo sfondo, con il rischio di sintetizzare la psicoanalisi in elementi troppo riduttivi per descriverla. La psicoanalisi è una scienza che sin dai tempo di Freud non ha smesso di crescere, rompersi nel suo interno, scindersi in più scuole e parcellizzarsi, unirsi, declinare in alcuni aspetti e decollare in altri, rivitalizzarsi continuamente. Una domanda potrebbe essere, ad esempio:

-Che fine ha fatto nella serie tv il tanto famoso lettino?

-Di quale orientamento teorico parliamo nella serie? (Potrebbe sembrare ovvio per uno specialista che la serie si rifà ad un certo intersoggettivismo spinto d’oltreoceano).

-Perché l’analista Mari vede i suoi pazienti solo una volta a settimana piuttosto che vederli due o anche tre volte?

-Queste differenze sono importanti?

Che spazio trovano questi quesiti nella fiction? E nei commenti che vi si rivolgono? Ovvio che queste domande non vi trovano, né possono trovare posto.

Insomma da una serie tv non possiamo aspettarci nulla di ciò che non è e così dovremmo avvicinarci ad essa, come ad una serie tv che può farci anche riflettere, sicuramente, ma senza farci esaltare troppo, almeno non agli addetti ai lavori.

È possibile che questo discutere è quanto accade per qualsiasi altro specialista negli altri campi del sapere? Come commenterebbe un fisico le puntate accattivanti in onda in tv, tra il divulgativo e il rappresentativo? E un avvocato che guarda le innumerevoli serie tv dedicate a professionisti grintosi che risolvono casi nell’arco di una sola giornata? E come vedono Indiana Jones gli archeologi? Cosa pensano gli egittologi quando sentono parlare dei geroglifici – che studiano con tanto rigore – come di una lingua aliena? Della psicoanalisi si parla da sempre, con toni molto diversi, ciascuno prova a farsene un’idea, e di certo il cinema non ha perso occasioni per mettere in scena sketch in merito. Cosa dicono gli psicoanalisi di fronte ad un’affermazione simile del dottor Mari, ad esempio? “La terapia è un po’ una cura, un po’ una fede” (S. Castellitto - In treatment). Poche parole che andrebbero commentate più volte e con più attenzione, che da sole basterebbero a far vacillare ogni speranza di evincere dalla serie qualcosa di convincente rispetto alla psicoanalisi. Una semplice affermazione che causerebbe uno scivolone nell’annoso luogo comune che vede la pratica analitica come una professione esoterica simil-religiosa esercitata suggestivamente dai suoi seguaci, e che giustificherebbe ampiamente altre frasi simili: “Io non credo nella psicoanalisi”
 

Di cosa stiamo parlando e cosa stiamo guardando, dunque?


Nemmeno uno psicologo o un medico, specialisti del settore, possono sapere cosa sia un’analisi solo attraverso i testi che studiano. Occorre sottoporsi all’analisi per comprenderne pienamente e in maniera profondamente soggettiva, la valenza. È solo con l’analisi che si comprende cosa sia un’analisi ed è solo con una propria analisi, oltre alla formazione teorica, metodologica e tecnica,  che è possibile accedere alla cura psicoanalitica dell’altro –  paziente. Una formazione globale della persona, non a caso uno dei training più lunghi e complessi. Il tentativo di sintetizzare o parcellizzare questo percorso, porta ad altri eventuali approfondimenti ben toccati nell’articolo di Giusi Cinquemani, che non può non farci riflettere, preoccupati, sulla mole ingiustificata di psicologi sulla carta ma non implicati nella loro professione – soprattutto nella clinica – che sintetizzano il loro stesso percorso senza mai giungere al pieno compimento della propria funzione interna: lo sviluppo di una competenza analitica.

Ma questa è un’altra storia a cui anche Dialogo Psicologia è molto, scorbuticamente, affezionato...

 

La Psicoanalisi e la sua rappresentazione nel cinema

C’è ancora una via, quella della lettura del modo di “vedere e rappresentare la psicoanalisi” come un sogno sulla psicoanalisi. Film, serie tv e produzioni cinematografiche varie, sono tentativi di rappresentare il lavoro psicoanalitico, di comunicarlo al senso comune e di immaginarlo da parte del regista che se ne assume l’onere.

Nel cortometraggio “Lo schermo opaco (Boccara, Riefolo; 2006)”, gli autori ci aiutano a comprendere come le diverse “visioni” della psicoanalisi non siano tentativi di descrivere il lavoro analitico per ciò che è, ma di “sognarlo”, tentando di aiutarci a sentirlo ad un livello diverso. Ad esempio il sogno di un paziente, come la rappresentazione di un bacio o di un abbraccio tra paziente ed analista in una scena proposta dal cinema, sono il tentativo possibile, di raccontare una relazione intima in cui lo scambio affettivo è profondo, e raccontarlo per immagini è uno dei modi più potenti per trasmetterlo all’altro. Dunque anche la serie tv In treatment, per quanto attentamente studiata per somigliare a qualcosa che possa dirsi psicoanalitico, è l’ennesimo tentativo di mettere in scena una relazione psicoanalitica con tutto ciò che questo suscita e muove in chi vi assiste.

In ogni caso, la cosa certa è che la serie tv sta facendo parlare molto di sé. Possiamo augurarci di non mobilitare i soliti luoghi comuni, e che gli psicoanalisti assumano l’equilibrato e il giusto atteggiamento verso questo tentativo di rappresentare aspetti – parziali – della psicoanalisi senza eccessive idealizzazioni o aspettative che non possono trovare certo risposte attraverso lo schermo, distinguendo sempre la – ovvia ma non per tutti, evidentementedifferenza tra fiction e realtà.

Agli psicoanalisti non resta che una cosa da fare, esercitare al meglio la loro professione e offrire ai loro pazienti tutta la capacità di ascolto e sintonizzazione possibile, dando cura e comprensione a quelle storie che li interrogano come uomini e donne, completamente e soggettivamente immersi nel proprio difficilissimo e serissimo lavoro.

 

Categoria: Psicologia e Società

 

sitemap