Psicologia Infanzia e Adolescenza

Il disegno narrativo condiviso - Intervista all'autore

 
Il disegno narrativo condiviso
Dialogo con l’autore: dal testo, alla clinica alla teoria
 
Intervista della dott.ssa Anna di Guida al dott. Gianluigi Passaro
18-10-2017
 

 
 
“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme”
(D.Winnicott, Gioco e Realtà)
 
 
Il disegno narrativo condiviso è il terzo libro del dott.re Gianluigi Passaro, pubblicato da Armando Editore, nel 2017 [1]. 
L’autore si propone, attraverso il testo, di presentare e condividere con il lettore la tecnica del disegno narrativo condiviso, una tecnica sviluppata nel corso dell’esperienza lavorativa professionale con bambini, nutrita dalle diverse correnti epistemologiche.
 
Il testo ci propone di compiere una riflessione sulle modalità di processi che si attivano in un setting terapeutico con un bambino o un’adolescente. La psicoanalisi si è occupata di bambini a partire dal famosissimo gioco del rocchetto presentato e descritto da Freud [2], avremo però bisogno del pensiero Kleiniano e dell’affermarsi della teoria delle relazioni oggettuali per poter parlare di un lavoro pensato e concettualizzato rivolto ai bambini e agli adolescenti. 
 
Lo sviluppo della teoria kleiniana rispetto alla concettualizzazione di un mondo interno attivo sin dalla nascita, popolato di oggetti parziali che il lattante investe, proiettando tanto nella relazione con l’esterno quanto nella relazione con l’interno e con il suo corpo; consentì lo sviluppo di un pensiero sulla costituzione di un setting e di una tecnica adeguata nel lavoro terapeutico con i bambini.
 
Il gioco, attività simbolica per eccellenza, era considerato dalla Klein (1926) una tecnica che consentiva, mediante l’interpretazione, ai bambini di poter esprimersi senza servirsi, necessariamente, del linguaggio verbale, era l’accesso al mondo interno, era quanto più vicina alle associazioni libere, era l’accesso all’inconscio.
 
L’attività simbolica del gioco, poteva essere, parimenti, uguagliato all’attività onirica. Sarà proprio Melanie Klien in uno dei suoi scritti “Principi psicologici dell’analisi infantile”, 1926, a sottolineare il parallelismo tra il gioco e l’attività onirica: 
 
“Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze, e nel farlo si servono dello stesso linguaggio e della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni. Noi possiamo capire completamente ciò che i bambini esprimono con il gioco se lo affrontiamo col metodo elaborato da Freud per svelare i sogni…. (Klein, 1978).
 
Per quanto scontata, oggi, tale annotazione sul gioco e sulla sua importanza per entrare in relazione con il bambino, esso ebbe un impatto rivoluzionario a partire tanto dallo sviluppo del pensiero kleiniano quanto quello winnicottiano.
 
Entrando nel vivo del testo e del lavoro proposto rivolgiamo a alcune domande all’autore.
 
- Quali sono le origini epistemologiche del suo lavoro?
 
La matrice epistemologica-culturale in cui affondano le radici del "Disegno Narrativo Condiviso” è quella del vasto patrimonio di conoscenze teoriche e metodologiche offerto dalla psicoanalisi, dalla psicologia analitica e della gestalt, dal mito e dalla fiaba, dall'arte e dalla letteratura. In particolare, la tecnica proposta si rifà in ambito psicodinamico a quella dello Scarabocchio di Winnicott [3]  e in ambito artistico-letterario al gioco surrealista dei cadaveri squisiti.
In entrambe queste tecniche di gioco i partecipanti a turno creano e disegnano una storia, che emerge progressivamente sul foglio quale frutto vivo dell'inconscio dei narratori. 
 
(Dalla prefazione del volume, di Stefania Baldassari) 
 
- Cosa si intende per disegno narrativo condiviso?
 
La tecnica del Disegno Narrativo Condiviso (con i bambini la chiamiamo Puntastoria) si ispira alla tradizione psicologica e psicoanalitica sull’arte e il disegno infantile (soprattutto alla tecnica delle Scarabocchio proposta da Winnicott e ai lavori sull’identificazione proiettiva di Wilfred Bion, Ogden e Dina Vallino), ai lavori sulla fiaba e il mito (dagli studi classici dello strutturalismo di Propp, ai lavori di Marie Louise Von Franz e delle correnti junghiane sul simbolismo e l’amplificazione nei racconti e nelle trame, alla corrente archetipica di James Hillman sulla narrazione e sul mito, ai lavori di Bruner, Smorti e Levorato). ed è un esempio di come la relazione terapeutica sia essenzialmente una coterapia: un processo di cura e di guarigione in cui paziente e terapeuta sono essenziali l’uno all’altro, partecipano insieme ed hanno uguale importanza. La Puntastoria diventa il luogo in cui sono raccolte ed elaborate le proiezioni del piccolo paziente e del terapeuta al fine di essere digerite, trasformate e restituite alla coppia terapeutica che potrà interiorizzarle nuovamente.
 
- Qual è la finalità di una Puntastoria?
 
Scopo della Puntastoria, oltre ad esplorare il livello grafico del bambino, le capacità intuitive e di problem solving (necessarie, ad esempio, nell’utilizzare e armonizzare, in una storia che abbia un senso compiuto, stimoli molto differenti che giungono anche da un altro individuo), e le competenze logiche, semantiche e narrative, è scendere nell’emotività e nell’intimità di un evento o di una persona passando attraverso la relazione terapeutica. Così, un singolo avvenimento, o una storia, intesa come semplice sequenza di fatti, può diventare racconto, una nostra storia, con emozioni, desideri, paure e tutto ciò che ci rende vivi o ci costringe a non esserlo.
 
-Come si colloca il terapeuta nella relazione e nel setting? Lascia spazio alle libere associazione o è proposto un contesto più strutturato?
 
In genere non propongo mai una Puntastoria durante il primo incontro. Prima di disegnare insieme in un contesto guidato e strutturato come quello del DNC lascio che il bambino possa conoscermi e familiarizzare con lo spazio della terapia. In altre parole, lascio che la terapia abbia il tempo sufficiente e necessario per far nascere la coppia terapeutica. Questa attesa rispettosa (che può durare qualche incontro) mi permette di seguire il bambino, sentire l’atmosfera del tempo trascorso insieme, aspettare il suo modo di giocare e stare accanto a lui, o appena un passo indietro, senza imporre il mio modo di giocare e stare in terapia. Quando mi è possibile, attendo che il bambino disegni spontaneamente o mi chieda di poterlo fare.
 
Nella mia esperienza ho potuto osservare che la Puntastoria (e il disegno in generale) è molto utile durante gli incontri preliminari ad un percorso terapeutico o in un iter diagnostico finalizzato all’invio ad altri professionisti. I bambini che arrivano in terapia, in genere, parlano con il terapeuta e rispondono alle sue domande perché hanno imparato che ci si comporta in questo modo quando si incontra un estraneo, soprattutto se è un dottore che dovrebbe visitarli o aiutarli, ma sanno anche che devono stare attenti a quanto dicono perché non possono prevedere come sarà interpretato o perché sono in ansia di fronte ad un estraneo che deve valutarli e capire “cosa non va”. Il disegno, invece, è un’attività in genere piacevole e non presenta la tensione che può esserci in uno scambio verbale se bambino e terapeuta non si conoscono ancora. Quando un bambino disegna, di solito, si impegna senza sentirsi a disagio e può farlo con il piacere di mostrarsi e rendere partecipe l’altro di quanto sa fare. Inoltre, attraverso il disegno, il bambino può condividere una rappresentazione pittorica inconscia di un’esperienza (emotiva o accaduta realmente) che non riuscirebbe a comunicare con le parole. La possibilità ulteriore che offre il DNC rispetto al disegno libero è raccontare una storia che, grazie allo scenario della fiaba in cui viene presentata e alle immagini che si hanno già a disposizione quando si comincia a pensarla, ha una struttura ricca e articolata nella quale trovano posto molte proiezioni del bambino, alcune immaginate e disegnate da lui, altre, del terapeuta, che diventano sue quando se ne appropria per inserirle nella trama del racconto. Spesso la proiettività di ciò che mette ansia al bambino, o della presentazione del suo stato emotivo attuale, è così chiara e palese che non sento la necessità di indagare con domande o fare qualsiasi altro intervento. Molte volte la storia è sufficiente a raccontare il narratore e preferisco lasciare insaturo il campo della relazione di gioco
 
- Come viene proposta una Puntastoria?
 
Inizialmente si segnano dei punti su un foglio bianco. Sia il bambino sia io ne tracciamo alcuni. Quando ritengo possano essere sufficienti chiedo al mio piccolo paziente di unire i punti con delle linee rette, nel modo che più gli piace. Io farò lo stesso.  L’unica regola è che nessun punto deve “essere solo” e, quindi, da ciascuno di essi partiranno almeno due linee dirette verso altri punti. Successivamente, a turno, osserviamo il disegno cercando di “scovare” delle figure (oggetti, personaggi, parti del corpo ed altro) e completiamo quanto immaginato cercando di rendere la nostra figura riconoscibile; così, saranno aggiunti particolari e segnate linee e parti mancanti. Quando tutte le parti del disegno iniziale saranno occupate da un’immagine si può decidere di colorarle insieme usando matite, acquerelli o altro.  Unica regola in questa fase è usare tutti gli elementi del disegno.
 
- Concludiamo, chiedendo un autore a te caro.
 
Come terapeuta so di essere diverso quando penso a me solo, nella stanza di terapia (magari per scrivere qualche appunto o pensare ad un incontro appena terminato), da quando gioco con un bambino, e sono ancora diverso quando gioco con bambini differenti. Ciò che cambia, sento, non è solo la mia tecnica capace, nel migliore dei casi, di adattarsi alle esigenze e alle peculiarità di ogni bambino, ma la natura della coppia terapeutica di cui, incontro dopo incontro e bambino dopo bambino, faccio parte. Ciò che la coppia è e fa in terapia, agisce su ciò che sono io come terapeuta allo stesso modo in cui agisce sul bambino.
 
Questo punto di vista sulla psicoterapia con i bambini è stato ben espresso dal lavoro di Donald Winnicott con i concetti di spazio transizionale e area intermedia. “La psicoterapia”, scrive in Gioco e realtà, “ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme”. Partendo da queste intuizioni, cercherò di presentare un modo di stare in terapia assieme al paziente secondo il quale “le due aree di gioco sovrapposte” diventano una sola e inedita.
 
La tecnica del Disegno Narrativo Condiviso (con i bambini la chiamiamo Puntastoria) nasce da questi presupposti ed è un esempio di come la relazione terapeutica sia essenzialmente una coterapia: un processo di cura e di guarigione in cui paziente e terapeuta sono essenziali l’uno all’altro, partecipano insieme ed hanno uguale importanza. La Puntastoria diventa il luogo in cui sono raccolte ed elaborate le proiezioni del piccolo paziente e del terapeuta al fine di essere digerite, trasformate e restituite alla coppia terapeutica che potrà interiorizzarle nuovamente.
 
 
Gianluigi Passaro: psicologo e psicoterapeuta  lavora con adulti e bambini. Da anni si occupa di psicologia e psicoterapia dell'età evolutiva, di psicologia del profondo e dell'importanza che le capacità poetica e immaginativa rivestono per l'anima e la storia dell'uomo.Attualmente socio ordinario dell'AIGA (Associazione Italiana Gestalt Analitica), referente dell'Area Intervento Età Evolutiva dell'Ambulatorio Sociale di Psicoterapia - Opera don Calabria di Roma, socio psicoterapeuta ad ETNA, Progetto di Etnopsicologia Analitica, psicoterapia con pazienti migranti, sia adulti che bambini.
 
 
 
Note:
 
[1] Il La crepa nell'acqua (2012), Ed. Kappa; Il vento prima che soffi (2015), ed. Kappa.
[2] Il gioco del rocchetto descritto da Freud nel testo del 1920 in “Al di là del Principio di Piacere, dove egli descrive l’attività, che osservava, del suo nipotino di 18 mesi. Essa consisteva nel gettare lontano da sé un oggetto ( rocchetto) fuori dalla culla per poi vederlo ricomparire e nel far seguire a tale attività due vocalizzi  Fort/ Da. Metteva così in scena l’attività ripetitiva dell’apparire e scomparire della figura materna. 
[3]   D. W. Winnicott sviluppò tra il 1964 e il 1968 un tipo di intervento applicabile nel primo colloquio con bambini come strumento diagnostico-terapeutico, e lo chiamò squiggle game, ossia il 'gioco dello scarabocchio'. Egli lo presentava al bambino semplicemente così: "Io chiudo gli occhi e faccio uno scarabocchio sul foglio; tu ci disegni sopra e lo fai diventare ciò che vuoi. Poi tu fai un tuo scarabocchio su un altro foglio e io lo faccio diventare ciò che voglio". È di fondamentale importanza sottolineare come “ il gioco dello scarabocchio” non è mai stato considerato come una tecnica per Winnicott, quanto, piuttosto un modo per entrare in rapporto col piccolo paziente, per creare un colloquio con lui. Per l’autore la psicoterapia stessa è qualcosa che ha a che fare con due persone che giocano insieme, e il gioco dello scarabocchio serve, appunto, a creare uno spazio in cui possa esprimersi il potenziale ludico della mente infantile.
 
 

Categoria: Psicologia Infanzia e Adolescenza

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