Psicologia Infanzia e Adolescenza

Il calcio e' uno sport da ragazze: l'esperienza della Dream Team Arciscampia

Il calcio è uno sport da ragazze: l’esperienza della Dream Team Arciscampia
 
Dott.ssa Anna Di Guida e Dott.ssa Sara Di Somma
10-01-2018

 
ABSTRACT
 
L’articolo intende raccontare il lavoro delle autrici impegnate nella realizzazione del progetto Dream Team ArciScampia, una squadra di calcio femminile composta da adolescenti tra i 14 - 20 anni. Un’esperienza di inclusione sociale in ambito sportivo, che rientra tra le attività dell’Associazione di Promozione Sociale Dream Team – Donne in Rete di Scampia. L’intervento sul gruppo di adolescenti, accomunate dalla passione per il calcio femminile, nasce da un’attenta osservazione della realtà territoriale che segnala indici elevati e concomitanti di persone detenute, popolazione femminile scarsamente scolarizzata, complessità dei nuclei familiari e, non ultimo, larga diffusione di stereotipi di genere. Questa innovativa esperienza di calcio femminile rappresenta una possibilità di crescita e prevenzione del disagio psicosociale e garantisce alle adolescenti coinvolte uno spazio fisico e psichico in cui dar voce ad aspirazioni, desideri e vissuti. Lo sport e la vita di gruppo sono il contenitore all’interno del quale sperimentare una dimensione di crescita attraverso il confronto tra pari e con gli adulti di riferimento, in un ambiente che spesso si declina al maschile.
 
KEYWORD
 
calcio femminile, adolescenza, inclusione sociale, sport
 
Il lavoro proposto è pubblicato su "La camera blu" - Rivista di studi di genere
 
 
 
 
L’adolescenza è una scoperta personale durante la quale ogni soggetto è impegnato in un'esperienza: quella di vivere; in un problema: quello di esistere (D. Winnicott, 1965, pag. 50)
 
Introduzione
 
Se ancora molte donne considerano lo sport come un’esperienza transitoria, non certo un progetto di vita professionale da poter sposare, a Scampia c’è un gruppo di ragazze che sogna di poter giocare a calcio, di poter trasformare una passione in un progetto, un obiettivo, un traguardo da raggiungere con successo. Anche il calcio può essere uno sport da ragazze, nonostante sia un mondo sportivo storicamente appannaggio del genere maschile e conseguentemente maschilista. I media ne parlano ancora molto poco e, troppo spesso, le atlete – anche in campo agonistico – sono descritte in relazione al loro aspetto fisico e al proprio ruolo sociale (moglie, madre, ecc…), tuttavia negli ultimi decenni si è assistito ad un’inversione di rotta che ha visto aumentare la partecipazione femminile alla pratica di questo sport.
In particolare, l’esperienza che intendiamo raccontare è quella condivisa con un gruppo di adolescenti del quartiere Scampia, tra i 14 e i 20 anni, accomunate dalla passione per il calcio e, in quanto adolescenti, impegnate su un doppio fronte: da un lato, lo sviluppo di un’identità personale adulta in un contesto socioculturale fortemente connotato da stereotipi di genere, dall’altro l’investimento di un progetto di vita, spesso complicato da dinamiche sociali e familiari che impediscono una riflessione su aspirazioni, desideri, obiettivi.
Il ruolo delle giovani donne a Scampia, infatti, è spesso in linea con le aspettative di genere legate ad un sistema sociale stereotipato, che le vede impegnate ad assumere una precoce funzione di cura e sostegno della famiglia, magari lasciando la scuola per un lavoro o sacrificando la vita sociale per occuparsi della gestione della casa e della fratria in assenza dei genitori. Di conseguenza, l’idea di dar vita ad una squadra femminile di calcio in un contesto in cui il disagio si rende manifesto in particolar modo durante il periodo adolescenziale ci è sembrata una possibilità di inclusione sociale, di crescita e di prevenzione rispetto alle difficoltà che quotidianamente si pongono, in una fase in cui il bisogno di autonomia si accompagna a necessità di sostegno affettivo, relazionale. Abbiamo, cioè, pensato allo sport come ad uno strumento sociale di prevenzione e di recupero in relazione alla problematica del disagio giovanile.
 
1. Adolescenza e sport
 
Prima di raccontare la nostra esperienza ci pare opportuno soffermarci sulla cornice teorica cha fa da sfondo al nostro intervento, che coniuga la pratica sportiva al lavoro psicologico sul gruppo.
Difatti, l’attività sportiva in adolescenza rappresenta un’opportunità formativa di centrale importanza: essa contribuisce tanto allo sviluppo fisico che psicoeducativo offrendo occasioni di socializzazione tra pari e momenti di formazione alla competizione, al gioco di squadra, al confronto, al rispetto delle regole. Praticare uno sport è di per sè un’importante occasione di sviluppo psicofisico per gli adolescenti (Barber, Stone e Eccles, 2005), in grado di sollecitare piacere, divertimento, ma anche protezione dal rischio psicosociale: secondo la nostra esperienza, è il contesto stesso in cui l’esperienza si svolge a porsi come contenitore atto a sostenere il benessere e la crescita dei singoli individui e non ultimo alla formazione di un senso di appartenenza al gruppo e alla  squadra.
 
a) Brevi cenni sull’adolescenza
 
La letteratura psicoanalitica, a partire dagli anni ‘30, definisce l’adolescenza come una seconda nascita attraverso cui l’individuo raggiunge un nuovo equilibrio, dando il via alla strutturazione della propria identità. Il primo autore a sistematizzare il concetto di identità in relazione all’adolescenza fu Erik Erikson (1968), il quale ha descritto come compito principale dell’adolescente quello di raggiungere un senso di identità coeso e unitario, a partire dalla frammentazione delle identificazioni avvenute sin dall’infanzia. Lo sviluppo di un’identità stabile si inscrive, cioè, nella possibilità di integrare le proprie caratteristiche personali, potenzialità e aspirazioni alle acquisizioni dell’infanzia, in un processo di continuità con il proprio passato (Erikson, 1968).
Oggi la fase dell’adolescenza appare essersi notevolmente allungata, comprendendo una fascia d’età che va dai 10 ai 22 anni (Goossens, 2006): ciò perché si è assistito da un lato ad una anticipazione dell’età in cui avvengono i primi cambiamenti fisici della pubertà, dall’altro a cambiamenti sociali che hanno reso gli adolescenti più a lungo dipendenti economicamente dalla famiglia ed impegnati negli studi o nell’affannosa ricerca di un lavoro stabile. Di fatto, la precarietà della vita ha spostato molto in avanti la realizzazione di progetti tipici dell’età adulta - il matrimonio, l’ingresso nel mondo del lavoro, la genitorialità – dando spazio a quella che Arnett (2000, 2004) definisce emerging adulthood, un periodo esplorativo delle proprie potenzialità e possibilità che, seppur concede all’adolescente di valutare interessi, attitudini e bisogni personali, può generare frustrazione laddove si tramuti in una costante trasformazione del proprio progetto di vita, alla ricerca della strada giusta da percorrere.
Sia A. Freud (1936) che i Laufer (1986) sottolineano l’aspetto dinamico e creativo della crisi adolescenziale e anche come essa rappresenti un vero conflitto di sviluppo, un punto di frattura. L’interesse dei giovani è in questo periodo incentrato in modo particolare sulle trasformazioni corporee dovute alla pubertà: ci si confronta con l’incertezza e l’indefinitezza e si è assorbiti dalle profonde trasformazioni fisiche, psichiche e relazionali tipiche dell’età. Il compito evolutivo dell’adolescente si sviluppa attraverso tre macroaree: i cambiamenti investono le relazioni con i genitori, le relazioni con i pari e il rapporto con il proprio corpo sessualmente maturo (Laufer, 1970) e le modalità di relazione con gli altri si rielaborano in base alle nuove acquisizioni e alle nuove sensazioni somatiche. E’ in questa fase che l’adolescente si confronta con le richieste provenienti dall’ambiente di appartenenza legate all’acquisizione di uno specifico ruolo di genere (gender role): la famiglia, in primis, esplicita le aspettative sociali e culturali rispetto allo sviluppo dell’identità personale dell’adolescente a seconda dell’appartenenza biologica ed anatomica al sesso maschile o femminile. Alcuni adolescenti di fronte ai cambiamenti legati al rapporto con il proprio corpo in crescita, alla relazione con i coetanei e con i genitori vanno incontro a ciò che Laufer definisce breakdown evolutivo,
 
una spaccatura tra il corpo fisicamente maturo ed il sentirsi passivi di fronte alle esigenze che dal corpo provengono, una frattura nel processo di integrazione dell'immagine del corpo fisicamente maturo rispetto alla rappresentazione che si ha di sé (1975).
 
L’adolescente deve al contempo tollerare il dubbio, la solitudine, la tristezza e l'angoscia che da tutto ciò scaturiscono. L'operazione, in tutta la sua ambivalenza emotiva, di separazione dai genitori, le delusioni rispetto a se stessi ed alle proprie ambizioni, la dolorosa rinuncia alle onnipotenti fantasie della bisessualità infantile con progressiva presa di coscienza dell'identità sessuale costituiscono elementi inevitabili del percorso adolescenziale, che ha nella capacità di elaborazione del lutto il suo elemento centrale. Le preoccupazioni principali dell’adolescente ruotano intorno ai cambiamenti fisici, alle confusioni intorno al corpo che si trasforma: non è più il corpo di un bambino, ma neanche il corpo di un adulto. 
Ben presto l’adolescente  si rende conto di trovarsi al di fuori dalla famiglia, ma non ancora dentro alla vita del gruppo eterosessuale, anche se possono prevalere relazioni sociali all’interno di gruppi dello stesso sesso (Copley, 1996).
Lo sviluppo dell’identità e delle relazioni che l’individuo stringe nel corso della propria vita è influenzato dall’esistenza di un mondo interno e di un mondo esterno e mediatico, che inevitabilmente influenza gli adolescenti. In particolare, il gruppo di pari riveste una funzione di primaria importanza nella costruzione del Sè: esso è per l’adolescente in progressivo allontanamento dalla famiglia d’origine, un oggetto primario di identificazione, attraverso il quale sperimentare e ridefinire le caratteristiche del proprio concetto di Sè (Palmonari, 2001).
In questo processo di costruzione della propria identità la vita nel gruppo diventa predominante e fa da sfondo allo sviluppo dell’identità personale, sessuale e altresì sociale.
Non si può quindi prescindere, anche nella scelta dello sport da praticare, dall’influenza esercitata dalle relazioni con gli altri e con il contesto di appartenenza, dai modelli familiari, sociali e del gruppo dei pari in cui l’esperienza si sviluppa. In particolare, così come emerso dalla nostra esperienza, la famiglia può porsi da un lato come elemento di supporto dall’altro come elemento di disturbo nella scelta di perseguire uno sport (Antshel e Anderman, 2000).
 
b) Lo sport in adolescenza
 
Nel corso degli ultimi tre anni, l’ISTAT ha rilevato - attraverso l’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” condotta su un campione di circa 50 mila individui - che una persona su tre svolge, nel proprio tempo libero, una attività sportiva. In Italia, lo sport più diffuso è il calcio con 1.099.455 giocatori tesserati. Ciò che ha richiamato la nostra attenzione riguarda la trasformazione, avvenuta soltanto di recente,  relativa al ruolo delle donne in ambito sportivo, ovvero i ruoli da esse ricoperte. Sulla parità di genere, all’interno del mondo federale, non ci sono statistiche datate che permettano di descrivere dettagliatamente come si sia evoluta la partecipazione femminile nello sport, tuttavia la presenza femminile appare in generale sbilanciata rispetto a quella maschile; ciò tanto nella pratica sportiva quanto tra gli operatori del settore. La maggior incidenza di donne si riscontra tra i tecnici (21%), mentre la percentuale si abbassa ancora sino al 19% per i ruoli da dirigente.
Per i ragazzi l’attività sportiva può costituire un “ponte” tra adolescenza ed età adulta, un’attività attraverso la quale si costruisce in modo significativo l’identità del soggetto e si sviluppa la dimensione sociale. Nell’età pre-adolescenziale lo sport fornisce ai ragazzi importanti strumenti di comunicazione e di rappresentazione della realtà esterna. I motivi che sono alla base della scelta di praticare una disciplina sportiva appaiono diversi: il bisogno di fare amicizia, di testare le proprie abilità sportive, di affrontare situazioni eccitanti per tentare di superarle, e non ultimo,  il desiderio di mantenere una buona forma fisica. Nell’ambito degli studi sulla motivazione alla pratica sportiva un notevole impulso è stato fornito dal lavoro di Gill, Gross e Huddleston (1983), che hanno messo in luce anche una differenza per ciò riguarda il genere. Per le ragazze, tra gli altri motivi, sembrano prevalere: divertimento, imparare nuove abilità, competere, far parte di una squadra e trarre piacere dalle sfide. Per i ragazzi, invece, appaiono salienti il piacere per le sfide, il divertimento, la competizione e lo sperimentare nuove abilità. 
Tuttavia, nonostante le teorie e le ricerche sull’importanza dello sport in adolescenza e sulle funzioni che esso assolve, i dati Istat e del Coni nell’ultimo biennio 2015-2016, fotografano una situazione ben diversa. Essi mostrano come, proprio nel periodo adolescenziale, si assista ad un maggior abbandono delle pratiche sportive per diversi motivi: l’eccessivo agonismo, le relazioni sessuali, lo stress della competizione, un maggiore investimento della sfera sociale ed amicale. Il calo di interesse verso la pratica sportiva sembra avvenire proprio nella fascia d’età tra i 14-17 anni. L’interesse per lo sport sembra gradualmente diminuire a prescindere dal genere. Tuttavia, se l’età di avvicinamento allo sport per i ragazzi si colloca in ritardo rispetto alle ragazze, queste ultime anticipano l’età di abbandono dell’attività sportiva. Dopo la maggiore età per le atlete il calo prosegue gradualmente, mentre per i maschi l’attività sportiva  sembra in crescita.
Prima di soffermarci sulla nostra esperienza, occorre fare alcune considerazioni sulla percezione del calcio femminile in Italia. Esso è ancora relegato ai margini, con una scarsa visibilità da parte dei media e una mancanza di progettualità da parte della Federcalcio e della Lega Nazionale Dilettanti, che possa far intravedere margini di crescita. In diverse regioni d’Italia mancano le strutture o i fondi e, la poca visibilità che il calcio femminile ottiene nel nostro paese, non consente certo a società e sponsor di investire con progetti a medio e lungo termine. A tutto questo poi si aggiungono problematiche di tipo culturale e sociale che pongono limiti: la tendenza a considerare il calcio uno sport prettamente maschile è ancora troppo radicata nel tessuto sociale italiano.
La lettura di questi dati non ci ha incoraggiato nello sviluppare una progettualità orientata all’agonismo: il nostro obiettivo è stato principalmente quello di offrire una rete di supporto e di consistenza alle giovani adolescenti del territorio. Dunque, l’intervento ha previsto, non soltanto  la formazione di una squadra di calcio come intesa in qualsiasi altra società sportiva, ma anche la realizzazione di attività volte a garantire un’esperienza di riflessione, confronto, scontro, competizione; fornire cioè una rete solida in grado di supportare nella sperimentazione di sè tipica dell’adolescenza.
 
2. Dream Team Arciscampia: un’esperienza di calcio femminile di periferia
a) Il contesto di riferimento: il quartiere Scampia
 
 
 
Il progetto Dream Team Arciscampia nasce e si inscrive nell’esperienza e nella storia dell’associazione Dream Team di Scampia. In un quartiere di periferia, dunque, tristemente balzato agli onori della cronaca nera negli ultimi 15 anni a causa delle complesse problematiche che lo caratterizzano. Un territorio in cui si vive una dinamica profondamente contraddittoria perché se da un lato si assiste alla proliferazione di situazioni di elevato degrado sociale, dall’altro queste stesse complessità sociali hanno dato la spinta vitale necessaria per la creazione di reti territoriali formate da cittadini prima e associazioni poi, impegnate nella quotidiana riqualificazione del quartiere.
Un’attenta osservazione della realtà sociale dell'area nord della città segnala indici elevati e concomitanti di persone detenute, popolazione femminile scarsamente scolarizzata, complessità dei nuclei familiari, spesso costretti a vivere in abitazioni illegalmente occupate e in situazioni di promiscuità. Numerosi sono, infatti, i nuclei familiari monogenitoriali col coniuge assente per detenzione o nuclei familiari trigenerazionali. A questo si aggiunge la complessità delle condizioni economiche in cui versa la maggioranza delle famiglie, composte principalmente da sottoproletariato dalle risorse economiche molto limitate. Si pensi che il 60,6% di esse, nell’VIII Municipalità del comune di Napoli (comprendente i territori di Scampia, Chiaiano, Piscinola e Marianella) presenta un reddito ISEE che va da 0 a 4500,99 euro. Spesso il disagio socioeconomico è causa di una mancanza di vissuti esperienziali diversi dai contesti di origine che genera un sotto-sviluppo delle proprie competenze e contribuisce alla non partecipazione alla vita sociale e, in particolar modo per i giovani, alla vita scolastica. Questo fenomeno colpisce ancor di più le giovani donne del territorio, il cui ruolo culturale limita le possibilità di movimento e sviluppo, associandosi spesso a fenomeni di maltrattamenti tra le mura domestiche. Alta è la percentuale di ragazzi che abbandonano precocemente il sistema di istruzione e formazione (19%) e la percentuale di NEET - not (engaged) in education, employment or training (36,4%), rispetto alla media italiana (15% - 26,2%).
Di fatto, a Scampia insiste un elevato grado di povertà educativa, intesa come la privazione per bambini e adolescenti della possibilità di sperimentare liberamente le proprie capacità, potenzialità, aspirazioni nonchè di vivere in un contesto in grado di offrire l’opportunità di crescere dal punto di vista emotivo e relazionale, consentendo una serena scoperta di se stessi e del mondo.
Dall’analisi dei dati sociali appare nei fatti evidente il rischio di devianza giovanile e violenza: in particolare, i dati di Profilo di Comunità della Municipalità 8 (2011) evidenziano come la donna sia ancora relegata ad una condizione sociale ed economica di profonda arretratezza. Sin dalla più giovane età, a causa dei modelli diffusi ed imperanti di sottovalutazione e svalorizzazione della sua figura, la donna viene condizionata alla sottomissione, in primo luogo sessuale, che le attribuisce un mero ruolo di oggetto, da prendere e mostrare, da rubare per poi restituire alla famiglia di origine con il segno del possesso: le gravidanze precoci. Spesso le responsabilità genitoriali sono esercitate dagli unici adulti presenti,  che sono i nonni. Le adolescenti sono ritirate da scuola e tenute a casa a svolgere i lavori domestici, costrette ad assumere un ruolo di genere specifico all’interno della famiglia, legato a compiti di accudimento e cura.
La crisi sociale complessa che questi fenomeni scatenano, diventa una condizione di mancata crescita individuale e mancata attivazione di risorse economiche e umane ed è su tali aspetti che interviene l’Associazione Dream Team (associazione di promozione sociale  costituitasi a Scampia nel  gennaio 2009). Essa, infatti, ha tra i suoi scopi la valorizzazione, il potenziamento e lo sviluppo professionale delle donne di aree urbane in particolare condizioni di degrado sociale e ambientale; gestisce, grazie ad uno staff di professioniste volontarie, uno sportello di accoglienza, ascolto psicologico, consulenza legale, orientamento al lavoro, in rete con gli enti pubblici e del terzo settore del territorio. E', inoltre, sede territoriale di uno sportello antiviolenza con protocollo d'intesa con la rete Inter-istituzionale del Comune di Napoli.
L’Associazione, ha da sempre riservato i suoi servizi ad un particolare tipo di utenza: donne, madri, nonne in difficoltà del territorio, offrendo i suoi spazi fisici e psichici per la creazione di una dimensione gruppale e sociale, ed è in questo contesto che, nel 2015, ha dato il via all’esperienza sportiva della Dream Team Arciscampia.
 
b) Nascita di una squadra
 
Quello della Dream Team Arciscampia è un progetto che, non potendo contare su finanziamenti esterni, ha previsto il coinvolgimento di figure professionali che prestano la propria opera a titolo gratuito.
Target dell’intervento è un gruppo di 13 ragazze tra i 14 e i 20 anni che versano in condizione di dispersione scolastica (frequenza discontinua o pluriripetenti) o di abbandono scolastico, con situazione familiare critica (figure genitoriali in situazione di disoccupazione, detenzione o di bassissima scolarità): giovani che, a causa del ruolo di genere attribuito loro dall’ambiente socioculturale di riferimento sono penalizzate sia nelle opportunità di studio che di sviluppo professionale.
La squadra nasce da una condivisione di intenti tra l’Associazione Dream Team e la scuola di calcio Arciscampia che, attraverso il calcio, raccoglie tutti i bambini e adolescenti che nel territorio di Scampia amano lo sport, che nutrono per il calcio una passione infinita e al tempo stesso vedono in esso una possibilità di riscatto ed il mezzo per sfuggire ad una realtà sociale, comunitaria e spesso familiare complessa. Il campo, inteso come luogo fisico, rappresenta per la comunità di pre-adolescenti ed adolescenti una dimensione di incontro e scambio relazionale dove crescere insieme. L’associazione sportiva è, quindi, teatro di incontri, scontri, scoperta e anche di opportunità calcistica. Nel caso della Dream Team Arciscampia, prima squadra femminile della scuola calcio, sono state accolte quelle ragazze che hanno risposto positivamente e spontaneamente alla proposta dell’associazione Dream Team, spinte dalla passione comune per il calcio e dal desiderio di condividere un progetto che, attraverso lo sport, attraverso l'esperienza del gruppo e della "sana" competizione, ha inteso fin dal principio rappresentare un'opportunità di crescita e sperimentazione di sé.
Il progetto si articola su tre livelli:
- Ambito sportivo: sono previsti allenamenti bisettimanali, supervisionati da un trio di allenatori ed una tutor. La presenza di una tutor donna negli spogliatoi e durante gli allenamenti è stata pensata nell’ottica di garantire un’esperienza di accompagnamento alle ragazze, affinchè potessero fare esperienza di contatto, vicinanza, di regolamentazione, di un punto di riferimento stabile. Non essendo inserita in alcun campionato a livello regionale o nazionale, la squadra partecipa a partite amichevoli e tornei con le squadre femminili del territorio campano e non, sperimentandosi soprattutto nel corso di manifestazioni dalle finalità sociali (Torneo Braccialetti Rosa, Umbria Best Match, Mediterraneo Antirazzista).
- Ambito gruppale:  parallelamente all’attività sportiva è stato attivato uno spazio, fisico e psichico, dove poter dare voce ai propri vissuti e alle dinamiche del gruppo squadra, che si esplicitano in dimensioni competitive e spesso conflittuali; gli incontri di gruppo condotti da una psicologa, esperta in adolescenza, sono a cadenza quindicinale.
- Ambito socioculturale: al fine di implementare la crescita individuale e psicosociale, sono stati attivati diversi percorsi educativi, con particolare attenzione alla salute femminile, alla cultura, alla formazione personale. Le ragazze sono state accompagnate in visita al consultorio familiare del territorio per favorire un sano sviluppo sessuale e affettivo in adolescenza e prevenire comportamenti sessuali a rischio e gravidanze precoci; inoltre, sono previste visite guidate alla scoperta del patrimonio storico-culturale della città di Napoli, allo scopo di favorire la conoscenza del territorio, ed attività di doposcuola e monitoraggio dell’andamento scolastico per coloro che sono ancora nell’obbligo scolastico e percorsi di orientamento al lavoro e/o alla formazione per coloro che hanno abbandonato gli studi.
La partecipazione alla squadra è subordinata al rispetto di alcune semplici regole: costanza nella frequenza scolastica, presenza al gruppo psicologico, partecipazione ad alcune attività dell’Associazione Dream Team.
In virtù di una realtà nazionale così complessa e variegata, pensare alla creazione di una squadra di calcio femminile in un contesto altrettanto complesso come quello dell’area nord di Napoli, ovvero Scampia, ha significato, necessariamente, partire dall’osservazione del tessuto psicosociale e della realtà comunitaria in cui l’associazione opera. Abbiamo tenuto conto di una serie di fattori: in primo luogo l’età, la fascia adolescenziale risulta difatti essere più esposta all’assunzione di comportamenti a rischio, spesso eccessivamente adultizzanti, e alla dispersione scolastica; in secondo luogo, abbiamo valutato il legame tra la pratica sportiva ed il periodo adolescenziale; ed  in terzo luogo, il rapporto esistente tra la realtà territoriale e gli stereotipi di genere in essa radicati.
Pertanto, abbiamo orientato e fondato il nostro lavoro partendo da alcune considerazioni importanti: la maggior parte delle adolescenti decide di dedicarsi ad un’attività sportiva per piacere e divertimento, per gli effetti benefici sul corpo, o perché, come nella nostra storia, la passione innata per il calcio rende lo sport il canale principale attraverso cui potersi sfogare, sfuggire dalla propria realtà familiare e sociale. Abbiamo, poi, valutato lo stereotipo di genere per eccellenza, secondo cui il calcio è appannaggio solo ed esclusivamente di un mondo maschile e, soprattutto in relazione al territorio di appartenenza delle ragazze, che il mondo femminile debba essere dedito ad assolvere ruoli di accudimento. Abbiamo, infatti, considerato la possibilità e l’ipotesi di incontrare una resistenza familiare, genitoriale, un impedimento legato ad una dimensione, che potremmo definire generazionale; ovvero la credenza secondo cui il calcio non sia uno sport per “femmine” alimentata dal tabù per cui le donne hanno uno specifico posto da occupare. Un tabù che, attraverso il meccanismo della trasmissione psichica  tra generazioni, si radica nella mentalità della comunità e relega le giovani adolescenti a perseguire un destino già scritto. Tale resistenza familiare si è, inoltre, esplicitata nella paura della dimensione sessuale, strettamente collegata agli stereotipi di genere che si accompagnano alla scelta di uno sport come il calcio: di fatto, le famiglie sono apparse preoccupate tanto dall’eccessiva esposizione del corpo sessuato attraverso la pratica sportiva, tanto dalla scoperta dell’altro sesso e dalla possibile scelta di un oggetto d’amore omosessuale.
L’assenza di una progettualità destinata a coinvolgere le diverse fasce d’età, a partire dall’infanzia, e le idee stereotipate radicate nel territorio dove operiamo sono stati gli elementi che hanno reso complessa la costituzione e formazione della squadra. La Dream Team Arciscampia, di fatto, nasce grazie al passaparola, in assenza di provini sportivi programmati: trasmettere l’informazione al territorio, dare comunicazione della possibilità di vivere un’esperienza di calcio femminile ha incontrato un’iniziale sfiducia dell’ambiente esterno, ma anche la paura dell’estraneo, di ciò che non si conosce e della sovraesposizione del corpo femminile in un mondo maschile pronto ad emettere giudizi. Viene allora da chiedersi in che modo il contesto in cui l’esperienza sportiva è vissuta, possa rappresentare un fattore di protezione per il benessere delle adolescenti, sostenendone la crescita come individui e come atlete.
Nell’ambito del nostro progetto il contesto di riferimento per le ragazze è stato duplice: quello della società sportiva Arciscampia, in cui la totalità dei ragazzi del territorio si allenano e si formano (gli stessi fratelli delle giocatrici o familiari altri) e il contesto associativo,  la Dream Team, riferimento per la comunità di donne e per le altre associazioni del territorio. Coniugare il lavoro di realtà così diverse e variegate ha richiesto un costante e monitorato lavoro sulla percezione esterna ed interna e sull’accettazione dell’idea di una squadra femminile.
A tal fine, l’Associazione Dream Team si è posta come una istituzione, come garante dell’esperienza sportiva e formativa, luogo fisico e psichico per avviare il processo di nascita e costituzione fondante della squadra. Essa ha assolto a quella funzione psichica di contenitore/contenuto, teorizzata da Bion in Apprendere dall’Esperienza (1972), che risale alla precoce relazione madre - bambino e si riferisce alla capacità della madre di accogliere e contenere le angosce che il bambino proietta, in quanto percepite come intollerabili e non elaborabili. Attraverso tale meccanismo ella è in grado di restituire al piccolo tali contenuti, dotati di senso, permettendo la comprensione dei vissuti e lo sviluppo della capacità di pensiero, apprendendo dall’esperienza. Questa configurazione rappresenta il meccanismo di base generatore del pensiero e si può estendere alla modalità di lavoro delle istituzioni e dei gruppi.
 Per dirla con Bion (1973) se
 
la funzione del gruppo è quella di produrre un genio, la funzione dell’istituzione è di raccoglierne e assorbirne le conseguenze così che il gruppo non ne venga distrutto.
 
L’istituzione/associazione si è posta e si pone come contenitore, intriso di emotività, in grado di accogliere la domanda di aiuto, di arginare l’ansia, comprendere problematiche ed essere il luogo in cui sviluppare la capacità di pensare all’interno di una relazione sufficientemente buona. La strutturazione del contenitore, si fonda ed è resa possibile attraverso la formazione di una cornice, di un setting. Esso organizza l’esperienza degli individui che fanno parte del gruppo nello spazio e nel tempo e ne delimita anche i confini, tra interno ed esterno.
 
3. Perché un gruppo psicologico per una squadra di calcio femminile?
 
La gestione psicologica del gruppo è sicuramente ritenuta importante, ma è ancora nettamente posta in secondo piano rispetto alla considerazione di cui godono le competenze tecniche e tattiche di atleti e allenatori. Nonostante valide attitudini e nozioni psicologiche, esiste una certa resistenza culturale nei confronti di queste e ciò, probabilmente, è più dovuto a fattori di tipo ambientale piuttosto che a responsabilità  dirette degli allenatori. E’ ancora molto diffusa l’opinione per cui gli allenatori sappiano sempre essere anche dei buoni preparatori mentali e che quindi sappiano, da soli, affrontare anche altri tipi di difficoltà che gli adolescenti incontrano. D’altronde l’allenatore è la figura che pervade e accompagna in tutto e per tutto la vita sportiva dell’atleta: egli diventa, spesso, la figura di riferimento principale. L’allenatore è colui che guida ed aiuta, lungo il percorso che porti alla realizzazione di un obiettivo performativo/prestazionale, che dia uno scopo il cui raggiungimento generi soddisfazione per il successo. In età giovanile questa figura è doppiamente importante, spesso vi si instaurano legami molto profondi, a volte positivi e genuini altre distorti e di dipendenza. Seguendo questa prospettiva sembra che i gruppi sportivi non necessitino di una figura altra, rispetto a quella di un allenatore; tuttavia, negli ultimi anni, si assiste sempre più alla presenza di uno psicologo sportivo nelle associazioni sportive dilettantistiche e professionistiche. 
Quando si pensa ad un professionista che affianchi e accompagni il lavoro di una squadra si pensa ovviamente ad uno psicologo dello sport, ovvero quella figura che non si sostituisce all'allenatore, ma lavora al suo fianco offrendogli il suo punto di vista sulle dinamiche che si svolgono sul campo, adoperandosi attraverso le sue competenze per migliorare la comunicazione, le relazioni, le problematiche, i blocchi emotivi. La nostra ipotesi di lavoro, invece, non ha previsto una figura che si occupasse dell’aspetto agonistico e competitivo né che gli aspetti emotivi potessero essere elaborati in un rapporto uno ad uno, con consulenze specifiche.  L’esigenza di pensare, nella nostra esperienza, ad un gruppo psicologico per una squadra di calcio può apparire insolita per coloro che si focalizzano sulla dimensione della competizione, della sfida e della crescita professionale degli atleti e, in una prospettiva più ampia, di comunità, appare ancora più difficile da concepire.
Una squadra non si configura di per sé come un gruppo? Non ci sono figure, come gli allenatori, preposte a questo compito? Perché le ragazze devono essere accompagnate da una psicologa? Queste le domande poste dal contesto esterno – la società sportiva – nonché da quello interno - la squadra. Di fatto, tale scelta sembra confermare e sottolineare una difficoltà in questo gruppo di ragazze, tuttavia è la conoscenza del contesto di appartenenza delle adolescenti coinvolte ad averci condotto ad una riflessione diversa e, quindi, all’offerta di uno spazio di prevenzione al disagio adolescenziale, ma soprattutto psicosociale. Le adolescenti non dovevano solo avvicinarsi al calcio perchè l’amavano, occorreva offrire loro un’esperienza di consistenza, di accoglienza, di rete, di supporto. Certe di questa visione e degli obiettivi del nostro lavoro abbiamo attivato uno spazio gruppale, piuttosto che operare la scelta di limitare la nostra azione e progettualità al momento sportivo.
Le condizioni che hanno richiesto un lavoro gruppale, scandito temporalmente, con frequenza quindicinale sono dunque molteplici. Esse risiedono nella diversa età delle ragazze che hanno aderito al progetto, diverse età e spesso diversi livelli evolutivi sebbene tutte collocate nella fascia adolescenziale: si era in presenza di chi si apprestava a fare il passaggio alla scuola superiore di II grado, chi invece doveva affrontare l’esame di maturità o il primo esame universitario, chi ancora si preparava a lasciare la scuola o chi aveva deciso di entrare nel mondo del lavoro. Ancora una dimensione familiare complessa, ma anche una dimensione sessuale sconosciuta rispetto alle relazioni eterosessuali ed omosessuali - molte domande, dubbi sono stati pensati in uno spazio, come quello del gruppo, rispetto a come si rapporta e si vive in un corpo che è in continua evoluzione ed esposizione.
Nel riflettere e progettare l’intervento psicologico non abbiamo potuto non ripensare a queste parole: 
 
gli adolescenti costruiscono un senso di se stessi e delimitano le loro identità-differenti dalle loro madri, dai loro padri, dai loro nonni, fratelli e così via, e facendo questo essi cercano la propria diversità, la propria integrità personale, il proprio senso di se stessi che ha senso per se stessi (Di Ceglie, 2003).
 
In particolare, ci è apparsa necessaria una riflessione sulle implicazioni dinamiche ed affettive che la nuova rappresentazione del corpo comporta, sia per l'adolescente che per i suoi oggetti (Marchese ed altri, 2001). È nel corpo, che si inscrive la crisi dell'adolescente e delle sue rappresentazioni e il conflitto che egli vive è circoscritto essenzialmente tra il desiderio di essere uguale ed essere diverso. Il gruppo in questo senso è divenuto il contenitore di vissuti non elaborati, depositario di aspetti grezzi, indicibili rispetto alla propria sessualità.
L’analisi della dimensione adolescenziale, la complessità delle sfide evolutive che gli adolescenti si trovano ad affrontare, le spinte regressive, le pressioni verso una strutturazione di un Io maturo ed in contrasto un Io familiare disorganizzato, disgregato e un vuoto contenitore, nonchè un territorio complesso nella sua organizzazione ci hanno fatto pensare all’idea di un gruppo che non si ponesse per queste ragazze come un sostegno, ma come un momento per pensare, uno spazio in cui insieme e non da sole avviare un processo di conoscenza del loro apparato di pensiero e di un corpo sessuato che si evolve.
La nascita del gruppo psicologico è stata, spesso, sottoposta ad attacchi, insinuando il dubbio che esso si fondasse su di una debolezza insita nel genere femminile, dimenticando che il contesto in cui le ragazze vivono necessita di uno spazio in cui gli agiti possano essere visti, elaborati e pensati. Il tutto è necessario in un quartiere in cui la collusione tra aspetti psichici e reali è forte e la dimensione psichica è esclusa a fronte di un reale fattuale che incombe e che detta il destino come un incastro, una cripta (Abraham e Torok, 1978)   in cui la negazione è il meccanismo psichico per la sopravvivenza.
 
a) I primi incontri
 
La parola tedesca unheimlich ovviamente è l’opposto di heimlich e di heimisch [casalingo, familiare, nativo], ossia l’opposto di ciò che è abituale, per cui tenderemmo a dedurre che una cosa “perturbante” spaventa proprio per non essere nota e consueta (Freud, pag. 247, anno 1913)
 
La citazione di Freud ci pone immediatamente nell’atmosfera del primo incontro di gruppo. 
Chi era la persona che le attendeva intorno ad un tavolo circolare, ma soprattutto perché voleva così tanto conoscere le giovani ragazze della Dream Team Arciscampia? 
Si respirava un’aria di diffidenza verso la sconosciuta che attendeva in silenzio che le emozioni, pensieri che correvano veloci, trovassero forma in un linguaggio dialettale familiare, che si fermava non appena gli sguardi si incrociavano per poi ripartire.
Fermare o meglio contenere il flusso emotivo di tredici individualità senza spaventare: era questo il compito iniziale. Accogliere.
La difficoltà a parlare di sè ha caratterizzato il primo incontro, nonché i primi mesi di lavoro. Parlare di sé per queste ragazze significava permettere ai singoli partecipanti del gruppo di entrare in aspetti della propria vita personale, familiare, intimi, vicini. Il loro corpo, i loro comportamenti, il loro tono di voce, i loro sguardi ansiosi - spaventati e al tempo stesso curiosi - erano al posto del pensiero, del linguaggio. 
Agire anziché pensare, mostrare anziché parlare.
Si mostravano, si presentavano soprattutto nel loro modo di vestire, qualcuna appariva vistosa nel trucco, nell’abbigliamento; qualcun’altra timida e silenziosa, nascosta da grandi felpe: tutte erano accomunate dall’espressione di durezza e diffidenza verso l’altro, lo sconosciuto, pronte a testare l’affidabilità e la credibilità della persona adulta posta dinanzi a loro che chiedeva di raccontarsi. Perché era così importante raccontare e provare ad esprimere il loro pensiero? D’altronde erano lì per giocare a calcio. Essere una squadra ed essere un gruppo non coincide?
Queste e tante altre domande affollavano le loro menti, trovando espressione verbale, spesso dialettale; domande alle quali è stato necessario dare ampio spazio. Capire insieme il motivo per cui incontravano una psicologa interessata alle loro storie di vita, elaborare la paura che queste storie trapelassero all’esterno, senza che esse fossero esposte a giudizio, condanna, denunce… hanno contraddistinto il primo incontro ed il primo semestre di lavoro.
Confusione, ansia ed incertezza erano gli stati emotivi di cui le giovani adolescenti erano portatrici nei primi incontri di gruppo; sentimenti condivisi, comuni, proiettati come un fascio di luce. Giochi psicologici, test scritti, attività rompighiaccio sono stati i mediatori utilizzati dalla psicologa allo scopo di superare l’iniziale diffidenza tanto verso la sua figura, quanto verso le ancora sconosciute compagne di squadra.
Una diffidenza, una resistenza radicata nel modo di pensare il rapporto con l’altro; una modalità trasmessa da madre a figlia, da famiglia a famiglia e che trova espressione nella fantasia per cui l’estraneo può danneggiare perché non si conosce. La fantasia e la convinzione che lo psicologo si occupi di curare il disagio mentale ha costituito, tra gli altri, un ostacolo nell’avvio del percorso di conoscenza per alcuni membri del gruppo e delle rispettive famiglie. Lo stereotipo della malattia mentale ha investito la psicologa e ha reso necessario un processo di conoscenza graduale e reciproco.
Da qui, la scelta di non condividere ad alta voce il materiale raccolto durante il primo incontro, così come nei successivi; è stato necessario tenere in mente le loro storie, senza divulgare dettagli; è stato necessario imparare subito i loro nomi; è stato necessario porre condizioni per l’esistenza del gruppo: tempo e spazio, esterno ed interno. La dimensione spaziale di protezione per cui tutto ciò che è detto nel gruppo rimane nei confini di esso è ciò che ha permesso e garantito l’avvio del lavoro e ha fondato la possibilità degli altri incontri. Porre condizioni stabili nel tempo e nello spazio ha segnato la possibilità di strutturare l’apparato per pensare, un contenitore all’interno del quale trovare spazio in senso fisico e psichico. L’avvio del setting di lavoro (stesso giorno ed ora) ha posto le condizioni emotive per cui attuare il passaggio da individui indipendenti a gruppo.
 
b) Verso l’anno di lavoro
 
Quando due personalità si incontrano, si crea una tempesta emotiva. Se fanno sufficiente contatto da essere consapevoli l’una dell’altra, o anche da non esserlo, dalla congiunzione di questi due individui si produce uno stato emotivo (Bion, 1979).
 
Essere un oggetto fermo, stabile, accogliente e resistere alle forze disorganizzanti provenienti dall’esterno ha permesso di costruire una dimensione di reciproca fiducia che ha dato l’avvio ad un buon incontro. Esso ha permesso ai membri del gruppo l’accettazione di alcune regole e norme a cui attenersi, condizioni imprescindibili per un lavoro che aveva tra gli obiettivi: l’inclusione sociale, combattere la dispersione scolastica, acquisire un linguaggio appropriato, fare esperienze formative o lavorative, rendicontare i risultati scolastici. Obiettivi che hanno portato l’Associazione Dream Team a mettere su una rete con le scuole del territorio e con  le associazioni che potessero offrire percorsi formativi adeguati.
Le giovani adolescenti hanno potuto vivere un’esperienza diversa, una dimensione che potremmo definire transindividuale in cui lo spazio del gruppo diventa il luogo, altrimenti assente nel loro quotidiano, in cui depositare pensieri, agiti, preoccupazione e desideri. Tollerare ed accogliere la violenza e l’indicibilità dei vissuti, restituire il non senso, la confusione, è ciò che Bion definisce funzione di rêverie. 
L’incontro quindicinale con la psicologa è divenuto, nel tempo, un impegno fisso a cui non mancare, un momento in cui poter pensare al proprio corpo che cambia, ai desideri sessuali, alle preoccupazioni familiari, scolastiche, allo sport giocato, a che cosa significa essere una giovane donna in un contesto maschile, spesso discriminante. La condivisione di questi aspetti non è stata priva di conflitti violenti. Ciascun membro del gruppo era portatore di una propria modalità di pensiero, una propria visione su come affrontare le difficoltà, ma anche di una certezza condivisa, ovvero un’esperienza personale che porta all’abbandono. Abituate a tale modalità, all’abbandono scolastico, all’abbandono familiare, a quello amicale, al fallimento delle relazioni amorose tra i genitori, le adolescenti hanno lavorato sulla possibilità di sopravvivere alle differenze, agli scontri, alle separazioni, aiutate dal gruppo ed attraverso il gruppo. Supportate e orientate a lavorare su come gli agiti possono trasformarsi in forme di pensiero, le ragazze hanno iniziato un percorso di conoscenza e consapevolezza nel rispetto delle differenze e delle proprie risorse, capacità e limiti. Sono state aiutate e supportate nei loro percorsi scolastici o lavorativi, nonché nelle difficile relazioni con i propri genitori.
L’affermazione di una modalità di pensiero che rappresentasse il gruppo, così come la costituzione di una membrana/pelle che definisse il loro senso di appartenenza e le difendesse  dalle intrusioni esterne ed interne è stato un percorso arduo e non privo di abbandoni da parte di alcuni membri. Il gruppo ha iniziato a parlare di sé attraverso la rappresentazione della propria pelle ( Anzieu 1985), ovvero quella della Dream Team Arciscampia.
 
c) Conclusioni
 
Dopo il primo anno di lavoro, il gruppo ha resistito alle separazioni, ai nuovi ingressi e ai cambi di direzione da parte degli allenatori; si è così avviato ad un nuovo anno in cui le ragazze sono state orientate nella scelta delle loro attitudini e capacità. Alcuni membri della squadra hanno scelto di iniziare un’esperienza di volontariato presso l’Associazione Dream Team, altre hanno seguito un percorso di formazione per operatori dell’infanzia ed altre ancora sono state selezionate come volontarie in un percorso formativo per operatori dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel ripensare al lavoro di Bion sugli assunti di base e sugli stati emotivi che il gruppo ha affrontato, potremmo dire che nel percorso, in corso da due anni, esso ha attraversato modalità di funzionamento come l’attacco-fuga, la dipendenza e non ultimo l’accoppiamento, riuscendo a trovare un proprio assetto.  
E’ difficile ed emozionante condividere l’esperienza di crescita di queste ragazze perché la storia della Dream Team Arciscampia è per noi una storia di “bambine ribelli”: una storia che vince i pregiudizi e gli stereotipi di un mondo al maschile, una storia di rete ed associazione, una storia che sopravvive nonostante la scarsa attenzione che spesso le istituzioni rivolgono al calcio femminile e a quanti lavorano nel sociale nelle aree di periferia.
 
 
 
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