Cosa favorisce il meccanismo della somatizzazione? Perchè tanto stress fa ammalare alcune persone e non altre?...

Cosa favorisce il meccanismo della somatizzazione? Perchè tanto stress fa ammalare alcune persone e non altre? è un modo per rivolgere un’arma carica contro di noi?

Risposte: 3


1)

Il corpo ha un suo linguaggio e il paziente “psicosomatico” è un paziente che non ha altra scelta se non quella di far “parlare” il proprio corpo, che diventa lo strumento privilegiato per comunicare il disagio emotivo. In genere questi pazienti tendono a “somatizzare” quando il sovraccarico di tensione affettiva e il dolore mentale oltrepassano le capacità di tolleranza delle difese usuali.

In condizioni di stress invece di contenere le nostre emozioni e di riflettere su di esse per individuare una risposta adeguata, siamo tutti portati a fare qualcos’altro: mangiamo troppo, fumiamo troppo, beviamo troppo, distruggiamo l’ auto! Il fine di queste azioni (così come quello di molte altre) è quello di disperdere l’affetto il più rapidamente possibile così da evitarci il dolore psichico derivante dal contatto con determinati sentimenti.

I sintomi psicosomatici possono essere concepiti alla stregua di questi “atti”. Quando parliamo di disturbi fisici come la stitichezza, la dispepsia, l’impotenza sessuale, la sterilità psicogena, la frigidità, ecc., la domanda da porsi è la seguente: perché questi pazienti reagiscono a quasi tutte le situazioni che suscitano emozioni forti (collera, angoscia) con sintomi corporei? La risposta, considerata l’indissolubile unità mente-corpo che caratterizza l’individuo (dal latino individuum, “unità indivisibile”), non può essere unica ed esaustiva ma intendo qui sottolineare la difficoltà dei pazienti psicosomatici di entrare in rapporto con la propria dimensione affettiva, più precisamente la difficoltà di nominare i propri stati affettivi o laddove sono in grado di nominarli non sono in grado di distinguere gli uni dagli altri.

Questa caratteristica è stata definita dagli psicosomatologi di Boston (Sifneos, Nemiah) in termini di alessitimia, mentre la psicoanalista neozelandese Joyce McDougall esprime un concetto simile utilizzando l’espressione “desaffectation”. A mio parere, in accordo con il pensiero della McDougall, l’alessitimia più che nei termini di una modalità del sentire tipica dei pazienti “psicosomatici” va considerata in relazione al suo significato di difesa, ovvero è in situazioni di stress che i pazienti “psicosomatici” si rivelano alessitimici. Il dolore psichico e il conflitto mentale riconducibili ad una fonte di stress interna o esterna invece di essere riconosciuti al livello del pensiero verbale (e quindi passibili di essere scaricati attraverso forme di espressione psichica quali il sogno, la meditazione e altre forme di attività mentali utili allo scopo) vengono evacuati nel corpo ed espressi attraverso il sintomo corporeo in modo da disperdere immediatamente l’ammontare di affetto.

La tendenza all’espressione somatica del dolore mentale in condizioni di stress ha probabilmente un’origine multifattoriale. Da una prospettiva puramente psicologica è possibile ipotizzare che in condizioni di sviluppo non ottimali il bambino interiorizza una costellazione familiare squilibrata e ansiogena che renderà difficile l’autonomizzazione di alcune funzioni psichiche fondamentali quali la capacità di contenimento ed elaborazione mentale degli stati affettivi. Detto in altri termini sarà complesso per il bambino appropriarsi psichicamente del proprio corpo, delle proprie emozioni e della capacità di pensare o di collegare pensieri e sentimenti. Come nell’infans (il bambino che non ha ancora acquisito il linguaggio) nel paziente tendente alla “somatizzazione” il corpo resta lo strumento privilegiato per comunicare ed esprimere gli stati affettivi.

L’insensibilità interiore che, soprattutto in momenti di particolare tensione, caratterizza la realtà psichica di questi pazienti porta sovente a un’insensibilità alla sofferenza, a un’assenza di emozione in misura tale da accrescere la vulnerabilità “psicosomatica” in proporzioni preoccupanti e divenire così in alcuni casi una minaccia per la vita stessa (nelle situazioni più gravi il rischio di un crollo delle barriere immunologiche è importante).

Grazie per la domanda
Dott. Vezio Savoia


 


2)

Utilizzando la metafora di un’arma carica, che rivolgiamo contro noi stessi possiamo dire che in linea generale le somatizzazioni (disturbi somatoformi, conversioni, malattie organiche ad origine psicosomatica) potrebbero rappresentare il grido di aiuto che lanciamo prima di spararci un colpo in testa. In molti casi la somatizzazione funge da ultimo baluardo difensivo, per proteggere l’Io da dosi troppo massicce di energia libidica ingestibile, legata ad un evento traumatico o terrorizzante, o ad una frustrazione che non può accedere ad uno stato cosciente. La capacita di mentalizzazione e simbolizzazione sembra essere paralizzata in questi casi dalla portata dell’angoscia, che riesce ad emergere unicamente attraverso la preoccupazione per uno stato fisico di malattia. Ciò che spesso viene identificato come “stress”, ossia stato di confusione, stanchezza, esaurimento psichico è qualcosa che a diversi livelli possiamo riscontrare in ognuno di noi, in quanto ognuno viene esposto ad eventi frustranti e a carichi intensi di lavorio psichico e fisico, ma come anche nel caso della capacità di gestione più o meno funzionale delle difese, rimane centrale sempre la questione “economica”, come la discriminante che fa “ammalare”. In questo caso un ruolo fondamentale è ricoperto dai canali che permettono il soddisfacimento, e che permettono ad ognuno di noi di ottenere una buone dose di soddisfacimento pulsionale, che in tanti casi consente di mantenersi “sani”.

Spero di aver risposto, sicuramente in parte, al suo quesito

Dott. Mauro Incordino


 


3)

Dato le risposte esaustive dei colleghi, vorrei concentrarmi sull’affermazione finale della domanda è un modo per rivolgere un’arma carica contro di noi?. Ho legato questa affermazione al senso di responsabilità individuale. Cioè, considerando che non si trovano “cause” al malessere, allora spesso si utilizza la parola stress come un rifugio dando in parte al malato la responsabilità (arma carica) di essersi ammalato.

Una certa medicina, profondamente sbilanciata sul corpo, come molta della medicina occidentale, si muove in questa direzione, mettendo nello “stress” tutto quanto non riesce a governare in altro modo. Ma, come le risposte precedenti lasciano intuire, siamo un po’ più complessi di quanto spesso immaginiamo e le dinamiche della malattia sono molto più varie della linearità di “causa – effetto – cura”.

Siamo sempre in parte “responsabili” della nostra malattia. Responsabile significa “rispondere” ed essere in grado di operare. Con la medicina si è sempre operata una passivizzazione del paziente, il medico sa e dice cosa fare, il paziente fa. La psicoanalisi, diversamente, ha posto il soggetto e il suo discorso al centro di un presunto sapere, di cui non sa nemmeno il paziente e che unico modo per esprimersi è formare il sintomo (quindi far parlare anche il corpo con sintomi psicosomatici). Interrogando quel sintomo la terapia psicoanaliticamente orientata pone il soggetto al centro chiedendogli di rispondere del suo sintomo, di mettersi nella posizione di operare qualcosa su di lui.

L’operare medico ha le sue logiche, la psicoanalisi si sviluppa in ambito medico problematizzando quella logica nel campo della salute mentale (partendo dalla neurologia) introducendo la sua logica. Non dobbiamo però pensare a queste “logiche” come antagoniste, bensì, come nel caso specificato dei disturbi psicosomatici come necessariamente integrabili per una migliore comprensione e trattabilità, profonda, completa e “pensata” dei suddetti disagi.

La mia voleva essere una suggestione su uno dei punti della domanda, consapevole di non aver risposto affatto, ma aver dato slancio a nuove curiosità e aprire nuove domande, volevo porre l’attenzione sul fatto che la malattia ci appartiene come linguaggio di una disarmonia e di uno squilibrio. Dall’influenza alla psicosi la malattia ci dice che qualcosa non va e i metodi per “curarla” sono diversi a seconda delle possibilità, disponibilità e dei casi. Ma sempre la malattia è in una storia piena di significati che il soggetto attribuisce e costruisce sulla malattia stessa.


 

Grazie
Dott. Luigi Antonio Perrotta


 

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